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Camminando nel Blumen

7 Maggio, 2008

Non riuscirò mai a capire perché lo chiamino “il Blumen”…

Forse il nome è dettato dall’ironia di questo luogo, dal suo acre odore di ruggine, dall’umidità che penetra fin nelle ossa e fa stridere i denti. Ora che ci penso non so nemmeno come sono arrivato in un posto così lugubre e tutti questi resti di mattoni e sassi frantumati sul terreno rendono l’intera situazione ancor più spiacevole.

Mi viene da ridere se penso al fatto che a lei un ambiente del genere sarebbe sicuramente piaciuto.

Il prefetto mi aveva sempre detto che con il mio modo di fare da sociopatico non avrei mai potuto fare carriera e salire nelle gerarchie, ma a me non è veramente mai importato molto di tutto ciò. Ho sempre reputato il prefetto persona sgradevole, e non sarà certo questo luogo dimenticato dall’uomo a farmi cambiare opinione su di lui o sul mio modo di comportarmi.

Le mie scarpe consunte continuano a masticare frammenti di roccia, ma invano cerco di intravedere il cielo. Forse oltre quelle lamiere…

Come posso calpestare i miei ideali, le mie sinapsi bruciano ogni qualvolta cerco una giustificazione ad un comportamento contrario ai miei principi, posso forse di punto in bianco dimenticare tutto quello che i miei occhi hanno visto solo per guadagnare qualche moneta in più alla settimana? La rivoluzione ha bisogno anche del piccolo apporto di un burocrate come me, oppure è destinata a rimanere solo un vecchio mito raccontato di fronte al camino acceso.

E’ strano come ancora non riesca a prendere sonno, ormai devono essere diversi giorni che cammino qua dentro. Il giaciglio è un po’ scomodo lo ammetto, ma le pietre sotto la schiena le ho tolte tutte e la superficie di terra battuta è piana, eppure non riesco a chiudere occhio.

Lei me lo aveva detto… questo luogo io l’ho già incontrato. Forse ne abbiamo parlato durante le serate passate a Villa Telesio, o forse l’ho già visitato in sogno. Rimane il fatto che questo strana sensazione di angoscia non accenna ad andarsene, ho voglia di urlare…

Finalmente uno spiraglio, forse l’uscita da questo infausto luogo è lì, a portata di mano. Devo solo trovare un modo per arrampicarmi fino a quel mucchio di legna ammuffita.

Perché però rimanere ancorato a dei sogni nobili quando so bene che tutto è inevitabilmente votato a consumarsi? Non converrebbe forse smettere di affannarsi a pensare a godersi un po’ di questa effimera vanità finché sono ancora in tempo?

Le tasse, l’amore, la politica: tutto si consumerà o marcirà, solo una cosa rimane lì, granitica. Il senso di autoconservazione, ma perché? Perché faccio tutta questa fatica per arrampicarmi, con queste piccole pietre che si incastrano sotto le unghie e mi fanno sanguinare? Perché devo far fatica a respirare e ingoiare il sapore di questa terra arida? Questa non è autoconservazione, è parassitario desiderio di succhiare momenti di superiorità. Perché?

Oh, un fiore.

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