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Uomo nuovo

7 Maggio, 2008

Potrei stare ore ad osservare la strana coccinella gialla e nera, in nessun punto rossa, nemica del rosso, aggrappata alla mia mano sudata, al contempo ghiacciata. Ore.

Non lo faccio, perché sto immobile ad osservare lo spasimo silenzioso del muro nel punto in cui il sole taglia in due il cemento.

Dietro di me si intersecano, lottano, un’ape e l’aria che le dà la vita.

Ma ciò non ha importanza, perché il sole taglia in due il cemento, che se ne sta lì, impassibile. Si fa tagliare in due senza una lacrima, senza un lamento, il cemento.

Trovo eroico il comportamento del muro, di orrendo e sublime cemento.

E poi tutte le ferite, verdi e grumose, con strane appendici profumate che lo infilzano lungo tutto il suo artificiale divenire.

Gli occhi di pietra che circondano me, e la ragazza polacca che dorme studiando appesa all’albero dai cattivi frutti di Villa Telesio, non si scostano, non scappano, non si interessano al cemento dimezzato nelle sue prerogative grigie.

Saranno le nostre mani, orripilante muro, a strapparti dal dolore, a renderti più cemento.

Ci inginocchieremo sul terreno freddo, angosciati, e con mani avide strapperemo i frutti non nostri.

Con piedi, ginocchia, petti e braccia di cemento scaleremo il cemento, dentro il cemento, difenderemo il cemento, il caro e inodore cemento.

Mi alzo, mi offro schiavo, cemento; schiaccio la coccinella che odia il rosso, educo l’ape alla morte, mi appresto a piangere per te, dolce e impassibile muro di cemento telesiano.

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