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Senza titolo (di Federico Cau)

14 Giugno, 2008

Puntualissimo il gallo alle quattro del mattino dà il buongiorno, un chicchiricchì prolungato e stanco che sale dal cortile del vicino per spezzare quel residuo di sonno. Nicola allunga la mano alla sua sinistra, il letto è freddo ma ancora concavo scolpito da un corpo sveglio chissà da quanto. Lei entra nella camera, in una mano un grosso bichiere d’acqua e nell’altra le compresse per l’insonnia e gli antidolorifici, che ormai ingurgita da tre anni al ritmo di tre la notte senza che questi sortiscano il minimo effetto.

- buongiorno – dice lei; lui le mostra le spalle e si dirige verso il bagno.

Lucia ha poco più di quarant’anni, capelli lunghi color del grano. Si muoveva come un’alga quando si conobbero, per questo lui si innamorò subito di lei, – ti muovi come un’alga – le aveva detto, per questo lei si era innamorata di lui, dieci anni più grande, fondamentalmente triste ma pieno di aspettative dalla vita.

Lui a vent’anni avrebbe voluto abbandonare quel paesino arrampicato a forza sui monti, tutto intriso d’odio e pettegolezzi dove le vecchie vedove gracchiano come grifoni, corvine d’odio verso i giovani, mentre cercano redenzione in un’aveomaria domenicale. Gli uomini invece tutti a lavoro nei campi, chi con le bestie chi con il grano, e chi con le bestie del bar e il frumento nella birra versata a litri in gelidi bicchieri, che a notte sbandano a destra e a manca come funamboli ubriachi seguendo una linea retta alla luce intermittente dei lampioni. Nicola, che non voleva appertenere nè agli uni nè agli altri, non sa più cosa è diventato, costretto in quel buco per la paura di affrontare la vita, schiantato contro il muro della malattia della moglie che ormai non ama più da anni.

La mattina corre via veloce, a pranzo un panino dall’arabo e una birra, ed ora alle sei di sera, dopo aver concluso tutto il da fare può ripercorrere la strada in senso contrario per tornare dalla città al suo paese. Un violento acquazzone ha definitivamente segnato la fine dell’estate aprendo il cielo all’autunno, portando un istantaneo freddo che bagna di malinconia.

Le strade son sempre crocevia di vite, di un’umanità indolente che cammina a passo svelto, incurante di tutto ciò che la circonda; dovrebbe andare sempre dritto, duecento metri e svoltare a sinistra, lungo il viale di alberi e fontane. E invece no. Si incunea senza nemmeno pensarci in una strada grigia di casermoni dove gli appartamenti sono tutti uguali, alti sino al cielo, case scolpite nei blocchi di cemento della speculazione edilizia anni cinquanta, strade ed angoli retti che creano un labirinto nella testa, facendo perdere il passo ed il senno.

Pioggia come aghi leggeri che sfocano la strada e la ragione; una ragazza gli sfila accanto.

Poi un’altra. E un’altra ancora.

Si solleva il bavero, proteggendosi dall’acqua che gli si infila dapperttutto, aumenta il passo finché non la vede. Sta lì, forse da sempre, sta lì che aspetta; è tremendamente uguale a tutte le altre, bionda giovane e bella, con la faccia di chi quest’inferno è piombato addosso nelle vesti di un lavoro proficuo e poco faticoso da consumare in una terra lontana.

Allora rallenta il passo, evita una pozzanghera e le si fa più vicino, sinché lei si gira. Ha lo sguardo da cerbiatta pensa, languido e freddo, e in quell’azzurro vede tutto ciò a cui lui ha dovuto rinunciare. La prende per mano, accorgendosi che non è tenera come la credeva, piuttosto ruvida e callosa; questo lo ferisce un pò, lo fa sentire stupido ed ingenuo. È l’autunno che gli sta entrando dentro, un sentimento di convulsa trepidazione, di onirica malinconia, ricordi grigi acciaccati dal tempo, un sentimento di invidia per tutti quelli come lui, per tutti quelli prima di lui. Sente il fiato venire meno, gonfiarsi e stringere su per il collo, sente la necessità di ricacciarsi dentro se stesso, mollare quella mano e scappare via. Ma il prezzo è già concordato, la luna sancisce la firma e il patto. Con il motel da due soldi accanto non deve fare altro che lasciarsi trasportare da questo vento gelido dell’est, che odora di cibi cotti male e profuma ancora di bambina.

Il sudore gli cola ancora dalla fronte. Le mani, con moto incontrollabile tremano – sempre meno che un’ora fa – pensa. Prende un taxi. La via del quartiere popolare è disseminata di buche, ognuna un sobbalzo, ogni sobbalzo una bestemmia. – Bella cazzata ho fatto -. Gli occhi si rifiutano di vedere bene, tutto è nebbia, frega e risfrega nel polsino ingiallito della camicia bianca; ma non è sporco quello che ha negli occhi, è il residuo di lacrime e maledizioni che non vuole andare via. Tra qualche ora sarà di nuovo a casa, questa piccola parentesi della sua esistenza la scorderà presto, non tornerà più in quel labirinto di strade. L’unica preoccupazione il cadavere lasciato lì al tempo, tagliato a piccoli pezzi e ricomposto nel letto sgualcito, unico testimone della sua disperazione.

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