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X l’oggettivo – terza parte

26 Giugno, 2008

X si risvegliò sul marciapiede oggettivo di fronte al suo castello-stanza. Toccò la telecamera – costruita, assemblata, forse comprata – legata alla sua mente malata. C’era. C’era come sempre il sapore di oggettività nella sua bocca oggettiva. Però era fuori. Viveva nel mondo degli aggettivi e non capiva come avesse potuto svegliarsi lì, su quel marciapiede di fronte al suo castello-stanza.

X sapeva, glielo aveva detto sua madre prima di morire soffocata nella tasca del suo smoking che di fronte casa sua c’era quella cosa. Ma non ne aveva mai sentito parlare in televisione, né aveva mai osato puntare la sua telecamera contro quella cosa. Quella cosa, quella cosa…………..ma cosa voleva quella gente che gridava fino a notte fonda blaterando di cocomeri e uomini rossi??

Così pensava (o meglio, così avrebbe pensato la gente normale..togliete gli oggettivi. Sì, così……..così pensava X) X.

Una villa estremamente piccola ed enormemente inquietante (i “mente” ovviamente sono miei) davanti al castello di X, davanti alla lavanderia materna, davanti alla telecamera. Una villa piena di mosche e spazzatura, con lune d’argento e pelose. Sì, due lune, una d’argento e una pelosa.

Oggettivamente, dunque, una villa. E X l’oggettivo per la prima volta (non proprio tecnicamente, ma fa lo stesso) fuori dal suo castello stanza. Eppure si ricordava di non aver fatto niente per essere lì davanti.

Si era svegliato come sempre perfettamente. Si era alzato, aveva messo le sue scarpe beige di lino messicano e la sua canotta turchese con su scritto: XXX, aveva fatto la doccia, aveva acceso la sua telecamera costruita, assemblata, forse comprata – legata alla sua mente malata, aveva bevuto la sua solita tazza di latte tiepido – tiepido perché freddo o caldo sarebbe stato non-latte, o meglio latte aggettivato (voi direte che tiepido è pur sempre un aggettivo, ma è comunque arduo filosoficamente spiegare che non è così, perché non lo è – dunque non ve lo spiegherò, o forse sì, ma non a tutti voi, comunque…) e si era posizionato incosciente e nudo di fronte alla realtà.

E dunque? Perché ora era davanti a quell’orrenda abitazione?

Perchè un uomo morì, quel giorno, a villa Telesio. E a X sembrò incredibile osservare la morte di Vito. Perchè Vito era il nome di colui “che visse sempre in ritardo, e ritardò anche a morire”. X disse dunque: “incredibile”, mentre osservava quell’omiciattolo ridere a crepapelle e soffocare, soffocare in ritardo, a villa Telesio, con in testa un temperamatite; a lui, a X, sembrò incredibile, lui con una telecamera in testa, vito con un temperamatite a manovella, a manovella come la telecamera di X, costruito, assemblato, forse comprato anch’esso.

Era per gli uomini rossi. X non lo sapeva e Vito ci morì.

X si risvegliò madido di sudore. Era nuovamente nel suo castello-stanza. Passarono due giorni da quell’incubo (?). Tornò tutto come prima. Solo non riusciva a smettere di scrivere. E scriveva di lune d’argento e pelose, di uomini rossi e di spazzatura. Beveva latte bollente, rideva spesso. Senza soffocarne.

Continua a farlo ancora oggi.

Sullo schermo lucido di una telecamera brillano le lacrime di sua madre.

Un commento

  1. E’ piacevole svegliarsi e leggere di aggettivazioni spontanee, che la morte di Vito è anche Vit(o)a, che un castello lontano lontano (cosi come nelle favole) incontri una villa piccola e puzzolente…Luna guarda la luna e noi lei sorridendo…



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