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Pandora (prima parte)

10 ottobre 2009

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“Per quel che ne so entra in vigore, beh, da subito”. “Ab sofort”.

9 Novembre ore 17:03

Un uomo stanco sedeva di fronte alla fotografia di Gorbaciov, sguardo assente come il Paese che si rifiutava di ascoltarlo. Una piccola macchina fotografica Zorki era abbandonata nella poltrona davanti alla finestra, impressionate nel rullino c’erano solo 3 foto, l’inizio di quella che sarebbe dovuta essere una vacanza concessa dal Partito.

La moglie seduta a casa nella vecchia poltrona di famiglia aspettava terrorizzata al buio della camera oscura, prima di un rullino che non sarebbe mai stato sviluppato, sconvolta  alla vista del marito assorto in pensieri di pietra, perché più di una volta aveva  rimproverato a Gunter di farla sentire inutile, anzi infinitamente sola, sola con tutte le sue preoccupazioni e lui , con quel suo sguardo torvo e accigliato, con tutte quelle telefonate che riceveva ad ogni ora non faceva che renderla nervosa. Lei era una donna semplice e semplicemente voleva  che il marito non le creasse quel senso di abbandono e quella profonda apprensione ogni volta che lo guardava.

L’otturatore continuò a rimanere chiuso, era buio, desolatamente vuoto. Gocce della prima pioggia autunnale  scivolarono stanche sul vetro dell’ufficio di Stato, la condensa nascose le nuvole grigie ed  elettriche che sovrastavano la piazza sottostante. La gente spingeva sui cancelli, le guardie aspettavano almeno un ordine sensato. Giovani irrequieti si fecero forza, sguardi rivolti al cuoio degli scarponi ed ai colori della città che piano piano stavano scomparendo. Il Muro in lontananza lentamente sbiadiva in vitree tonalità da Polaroid.

In effetti Gunter  le aveva comprato anche una Trabant celeste e per un po’ le cose erano andate bene, si era “distratta” ma paradossalmente non erano le direttive del  Politburo a renderla insonne  ed a bloccarla apatica seduta davanti al plumbeo cielo di Mosca ma il Neues Deutschland. La sera, immersa nel silenzio della loro casa senza figli, sentiva lo scricchiolare del pavimento sotto i cumuli di carta degli articoli del giornale, il Neues Deutschland appunto, dove il marito lavorava. Si rifiutava anche di avvicinarsi ai “pezzi” che lui lasciava incompiuti dentro la macchina da scrivere, le lettere stampate sulla carta le ricordavano insetti brulicanti nella rete dell’informazione, della cultura, qualcosa molto più grande di lei e per questo da temere, ma la sensazione di repulsione era più profonda e inconscia. L’idea che l’intera burocrazia del Partito passasse anche per le mani del marito, per le dita di Gunter, e lui schiacciasse quei schifosi invertebrati nella carta dentro casa sua, oddio questo era terribile. Ma la cosa peggiore era che Gunter non li uccideva tutti, ne era convinta , anzi teneva nascosta in bagno una scatola di metallo, tra la schiuma da barba ed il rasoio, e li erano stipati scarafaggi neri, alcuni senza zampe (rimaste incastrate nel rullo della macchina da scrivere) altri con solo la parte anteriore del corpo ma tutti istericamente vivi, con le loro antenne che sondavano l’aria e sapeva che un giorno, anzi da un momento all’altro  sarebbero riusciti a fuggire e l’avrebbero mangiata viva trascinandola sotto il loro letto. Questo per quanto riguardava la prima foto, le altre 2 erano di poco conto, un collega e l’alba su Mosca.

Ore 17: 09

Squilla l’interfono.

–       Si, che c’è?

–       Mi scusi signor Schabowski, mi ha detto di avvertirla quando sarebbe rientrato Egon.

Gunter trasalì

–       Presto me lo passi

–       Si certo, attenda in linea

–       “Gunter come va?!”

–       Va male cazzo, come vuoi che vada con tutta la DDR che spinge sui nostri cancelli, ma mi vuoi dire che diavolo sta succedendo? Dal Politburo non ricevo risposte, solo scuse evasive

–       Come sono andate le vacanze Gut?

Un attimo di silenzio

–       Di merda Egon, non sono neanche iniziate se è per questo, mi prendi per il culo vero? Dov’è Siegfried?

–       Non lo so, le cose sono un po’ incasinate qui, sai l’Ungheria, la frontiera, ma niente paura dovrebbe arrivare a momenti.

–       Mi vuoi dire quali sono le direttive? Non ho uno stralcio di discorso e la conferenza sta per iniziare, non vorrete che io mi faccia sbranare dalla stampa estera vero?!

–       Ehi Gut, che c’è, ti sento nervoso..

–       Nervoso un cazzo perdio, se volete fottermi come abbiamo fatto noi con Honecker dimmelo subito, prendo la mia fottuta valigia e alzo i tacchi prima che mi defenestrate voi!

–       Calmati Gut, ronzò l’interfono, Eric era un traditore del popolo, tu invece sei dei nostri, anzi uno dei migliori, senza di te non saremmo riusciti neanche a fare il putsch lo sai, il Governo ha fiducia su di te, ora calmati, vedrai che andrà bene, cerca solo di temporeggiare, poi vediamo.

–       Fanculo Egon, sentenziò Gunter e chiuse l’interfono.

Ore 17: 40 sempre peggio

Nessun dispaccio era arrivato attraverso la posta pneumatica e fuori pioveva forte.

Ma cosa stava accadendo?

Qualche mese prima l’Ungheria aveva aperto le sue frontiere all’Occidente, con una mossa inaspettata la cortina di ferro era caduta e si era attivato un esodo che attraverso l’Austria aveva portato 13.000 tedeschi lontano dal controllo dell’Unione Sovietica.

Le dimostrazioni di massa contro il governo della Germania Est iniziarono nell’autunno del 1989. Era l’inizio della fine. Il nuovo governo di Egon Krenz decise di concedere ai cittadini dell’Est permessi per viaggiare nella Germania dell’Ovest. Ma anche se i permessi erano ristretti al controllo del Partito la vecchia politica isolazionista dell’Unione Sovietica non poteva più essere portata avanti. Ora che gli eventi stavano precipitando Gunter Schabowski ,come ministro della Propaganda della DDR ,aveva il compito di presiedere alla conferenza indetta per quella sera e dare chiarimenti su quelle che sarebbero state le nuove linee guida della Germania dell’Est. Aprire le frontiere forse era l’unica possibilità di recuperare il consenso della gente. La proposta di concedere il diritto all’espatrio ballonzolava tra Politburo e governo da quattro settimane, impigliata però nella rete burocratica che aveva da tempo inaridito la presunta spinta propulsiva del Comunismo.

Ore 17:55 squillò nuovamente l’interfono.

Gunter prese un taccuino ed una penna, si sistemò la cravatta e si incamminò nel corridoio senza neanche rispondere. Sapeva quello che volevano da lui e glie lo avrebbe dato. Anche se era un uomo grasso e di mezza età, sconfitto dagli eventi e terribilmente stanco, Gunter emanava e richiedeva rispetto dalle persone che lo circondavano. Quando fu davanti alla porta della sala delle conferenze  gli si fece incontro Egon.

–       Tieni Gut, prendi questo foglio, ho buttato giù due righe, sai leggere la mia scrittura vero?

–       Certo Egon lo sai bene, spero per noi che questa volta Davide non vinca, spero che il Gigante sappia ancora reggersi sulle proprie gambe

–       Beh dipende da noi Gunter, dipende da quanto crediamo e sappiamo tenere duro

–       Io rimango saldo caro Egon ma puoi dire altrettanto di voi? Lasciami passare

La sala era gremita di giornalisti.

Ore 18:15 la conferenza era appena iniziata

Gunter si rese subito conto che lo avevano lasciato da solo, le quattro righe che aveva tra le mani non lo avrebbero difeso dalla tempesta mediatica che lo avrebbe travolto, il Gigante vacillava. Avrebbe dovuto inseguire la Storia sulla scia delle riforme volute da Gorbaciov ma sembrava che nessuno si fosse reso conto di quelle che sarebbero state le conseguenze.

Un giornalista Italiano arrivò in ritardo, completamente bagnato e non trovando posto a sedere si sistemò sotto il palco. Gunter lo fissò per un attimo, si sistemò gli occhiali e continuò la sua delirante difesa. Temporeggiava sperando che nessuno gli facesse “quella” domanda.

Il corrispondente italiano dell’Ansa, Riccardo Ehrmann alzò la mano, Gunter per un attimo fece finta di non vederlo poi stancamente sistemò il microfono, si guardò intorno e infine gli diede la parola.

–       Che cosa ci può dire dell’espatrio?

Per un attimo l’aula sembrò girare vorticosamente in una spirale nauseante nella testa del ministro della propaganda, poi piano piano deglutì e rimase solo il brusio dei giornalisti. La luce al neon ronzava fastidiosamente e la sigaretta di Gunter  che era appoggiata nel posacenere  andava lentamente consumandosi.

–       L’espatrio permanente può svolgersi nei punti di transito della frontiera fra Repubblica democratica e Repubblica federale.

–       Vale anche per Berlino Ovest?

–       Beh, sì

–       E da quando?

–       Per quel che ne so entra in vigore, beh, da subito”. “Ab sofort”.

L’aula rimase in silenzio, Gunter li fissò in tono di sfida, ora era pronto, si sentiva come un martire cristiano benedetto della grazia di Dio, sanguinante e morente sputava sui suoi supplizianti l’odio di un uomo braccato, era quasi inebriato dall’adrenalina.

Siegfried Lorenz entrò precipitosamente in sala, l’attraversò di corsa e salì sul palco, si avvicinò a Gunter e gli sussurrò qualcosa all’orecchio. Il Ministro della propaganda rimase un attimo immobile, quasi congelato sulla propria sedia poi prese il microfono.

–       Mi è appena giunta la notizia che l’Ungheria è stata bombardata, il Partito blocca tutte le sue frontiere, nessun cittadino della Germania dell’Est può lasciare il paese, il Muro rimane dov’è!

FINE PRIMA PARTE

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