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Fenomenologia del critico

28 settembre 2011

Enrico Ghezzi

scritto da Roberto Escobar per Il Sole 24 Ore

Critica viene dal greco krínô, che sta per separare, distinguere, giudicare. Secondo alcuni questo dovrebbe fare un critico, in particolare un critico cinematografico: entrare nel corpo del film, smembrarlo con gli strumenti affilati del mestiere, e dopo tanta fatica emettere la sentenza. Anzi, più che una sentenza – come tale aleatoria e appellabile –, la recensione sarebbe una conclusione ultima, scientifica.

Per altri, invece, tutto il lavorio critico non produrrebbe che consigli per gli acquisti, come l’ipocrisia televisiva chiama la pubblicità. Il recensore sarebbe un assaggiatore di film, cui ci si rivolge per la fama del suo palato. Alla fine, questo critico sarebbe la reincarnazione, meno simpatica, di quegli imbonitori che agli inizi del Novecento stavano davanti alle sale, e a gran voce decantavano le meraviglie che là si proiettavano.

Fra i due estremi, fra il critico-scienziato e il critico-imbonitore, ci sono molte sfumature. E ancor prima c’è la convinzione che ogni spettatore in fondo ha: che è lui, e non il critico, il depositario della verità filmica – espressione orrida, di cui è bene scusarsi subito –, e del miglior gusto cinematografico possibile. Per quanto l’amor proprio del recensore ne soffra, questa pretesa è sacrosanta: ognuno ha la libertà di divertirsi come crede, e il diritto di farlo come può.

Insomma, sulla questione della critica le opinioni sono tante, più o meno chiare. Proviamo ad abbozzarne una fenomenologia minima. Per cominciare, ci sono i critici-agrimensori (parlando con rispetto e ammirazione per gli agrimensori, quelli veri). Grigi ed emaciati per i decenni trascorsi al buio, non si separano mai dal metro e dalla calcolatrice. Che cos’è un film – immaginano –, se non un tanto d’altezza per un tanto di larghezza? Quanto alla profondità, nemmeno ci pensano, certi che lo schermo ne abbia due, di dimensioni, non tre. Vita grama, la loro, ma anche priva di su e giù, e di rischi.

Ci sono poi i critici-preti, che officiano un rito sempre uguale in nome di un dio geloso. Più paffutelli degli agrimensori, scandiscono le giornate sfogliando il loro breviario. Nulla di male può accadere a questi mediatori fra il cielo della verità rivelata e la terra degli spettatori: dalla loro hanno il Bene, sempre pronto a sbaragliare il Male. Per il resto, la vita può trascorrere tranquilla.

Già che ci siamo, precisiamo che alla categoria non appartengono i critici-profeti, i mistici che non vedono film, ma ierofanie. Più male in arnese degli agrimensori, sono anche più convinti dei preti d’essere il tramite del divino. Ma per loro il divino sta tutto nelle luci (e nelle allucinazioni) dello schermo. Talvolta scarmigliati, e sempre spiritati, succede che inciampino nel discorso, per tacer della sintassi. Come non capirli? Le parole sarebbero un intralcio anche per voi, se vi fosse apparsa la Madonna. Figuratevi poi se foste stati voi, ad apparire a lei. La vita di questi profeti sarebbe un inferno, se non fossero sicuri di frequentare il paradiso.

(continua su Il Sole 24 Ore)

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