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Ritratto Maldoniano di un esule inconscio (seconda parte-versione alternativa-)

28 gennaio 2012

 

Leggi la prima parte (questo racconto è parte del ciclo maldoniano di Villa Telesio)

Leggi la prima parte della versione alternativa

Tagliare ciò che è incompleto e dire: Ora è completo perché finisce qui!

La frase di Herbert lo assillava da quando aveva avuto la conversazione con il Dottor Lodiani.

 -Possibile dottore?! Ma non sarà stress? Alla fine è sempre così, non se ne capisce la causa allora si tira in ballo lo stress, riposi un po’, qualche pasticca di Jinseng e lievito di birra la mattina…no?!

– Non lo so Mario, che devo dirle, in effetti mi piacerebbe darle una risposta più chiara ma il fatto è che la pelle del suo prepuzio si sta essiccando, praticamente tra qualche giorno potrà togliere la crema antibiotica e le asporterò le croste

 -Mi vuol dire che resterò circonciso?

 -Se riusciamo a bloccarla si, alla fine potrà dire che è colpa di un Bar Mitzvah (accennò un sorriso incerto)… speriamo si blocchi però …

Già, si certo, ci mancava che fossi un ebreo inconscio.

Lola lo guardava languida, accovacciata ai suoi piedi magri. Non era mai stato grasso per carità, ma dall’incontro del mese scorso con la vecchia pazza e del tipo che la cavalcava aveva smesso di avere un’alimentazione se non corretta almeno regolare. Si potevano contare le sue coste in un deserto di pelle sudata ed acre, occhi stralunati ed ossessivi. Ogni sguardo dava l’impressione di essere la risultante di ore di lacrime acide, esalazioni benzeniche di colla, cenere di sigaretta e insonnia.

Non riusciva proprio a mangiare con gusto, ogni volta si infastidiva al solo pensiero di sedersi a tavola e allora apriva il frigorifero e trangugiava in piedi la prima cosa che trovasse, fissando la finestra. Lola dal divano sonnecchiando teneva d’occhio il padrone, in qualche modo protettiva. Una sera di particolare insofferenza  prese il lungo cappotto nero, uscì di casa e si mise a camminare. Chi lo avesse visto da lontano si sarebbe spaventato immaginando una marionetta a grandezza d’uomo vagare per le strade deserte indossando un paltò di almeno tre taglie più grande, aperto, trascinato dalla notte. Ma pochi lo videro perché era una notte sorda, pericolosamente ventosa. Come trascinato dall’alito di Dio Mario sbandava ad ogni crocicchio, le vetrine dei negozi a ricordargli il suo folle vagare notturno.

-Stattene a casa demente, non vedi che non c’è nessuno, non senti che Dio è adirato? Non vuole nessuno per le sue strade e per questo sta sbuffando, rischierai di morire se continui a sfidarlo.

 Non ci parlo con i televisori esposti nei negozi, non sono così pazzo!

Qualche altro passo incerto, pagine di giornale come meduse nel vento, un oceano fischiante di desolazione ovattata, assisteva terrorizzato ed estasiato allo spettacolo divino della profondità di una notte unica. Articoli di cronaca nera si scomponevano in lettere d’acciaio che cadendo si conficcavano nei sanpietrini. Vide crearsi di fronte ai suoi occhi strutture metalliche , trincee elettriche, cimiteri di marinai che ancora dovevano nascere, vestigia di un impero futuro. Non riusciva neanche a sentire i suoi pensieri tanto era il fischiare del vento. Quella sorda confusione sussurrava alle sue orecchie stanche pensieri surreali, infinitamente più grandi della sua semplice realtà. Non avrebbe retto ancora per molto.

Sentì un rumore di schianto, il frastuono di denti da gigante che sbattevano, tonfi sordi di duro legno. Qualcuno stava cercando di comunicare con lui, ne era certo. Era un antico portone lasciato aperto. Esausto vi cercò riparo, lo sfintere di un imponente palazzo settecentesco, in via dei Gatti. Appena dentro lo sbarrò con l’enorme chiavistello arrugginito e si mise le mani fra le tempie.

Silenzio.

Per favore silenzio.

Non chiedo altro, silenzio Cristo.

 Fuori la confusione del nulla, dentro solo lui e il bambino.

 Un bambino?

Il bambino lo fissò con un cipiglio grottesco, le mani unte che stringevano le ginocchia. Un odore di cantina stantio permeava l’androne del palazzo, avvolto dalla penombra M. non riusciva a togliere lo sguardo dal fanciullo.

-Chi sei? Sei venuto a portarmi la legge? Mario non rispose, vicino al bambino della carta alimentare con sopra un pezzo di pizza alla cipolla.

-Quale legge?

-La sua legge, io non la voglio, non voglio più leggere “l’insegnamento da ripetere”, voglio solo mangiare la mia pizza. Se viene a prendermi lo getto giù dalle scale.

 Stava parlando di Dio.

-Vivi qui? Il ragazzo annuì, volgendo lo sguardo alla tromba delle scale. Il palazzo era antico e fatiscente, la griglia metallica dell’elevatore tra di loro.

– Che cos’è questa musica che sento, viene da casa tua? No? E da dove viene? Sembra, sembra come jazz, credo Miles Davis, lo conosci Miles Davis? (chiese divertito Mario T.) no?… beh era, era un negro che suonava bene (sorrise)

Il bambino si alzò di scatto e scappò su per le scale lasciando la sua pizza. Mario rimase per un attimo a fissarla lì immobile, mezza mangiucchiata ed unta. La musica era un bisbiglio convulsivo. Anche lui salì per le scale. Trovò una porta socchiusa (possibile che nessuno chiuda una porta in questo palazzo?) Miles Davis stava suonando dentro, odore di aglio soffritto e peperoncino.

– Permesso? Vide un uomo intento a cucinare ai fornelli con una sigaretta accesa in bocca. Aveva un lungo abito talare nero che lasciava scoperte le gambe nude e sudate, i piedi calzavano Havaianas color crema. Così su due piedi sembrava un malese e da quello che stava cucinando probabilmente non si era molto allontanato dalla realtà. L’uomo senza voltarsi gli rivolse la parola:

 -Entra e siediti, i gamberetti sono quasi pronti.

Possibile? Un prete Malese? Se non fosse per questo odore pungente di maiale e gamberi penserei ad un’allucinazione.

Il prelato spense il gas del fornello, appoggiò la sigaretta vicino ad un bicchiere di birra, e si mise a tavola. La padella sopra una tovaglia sporca, i suoi occhi che lo fissavano.

-Abbassa la musica fammi il favore ho le mai unte e non arrivo alla manopola, è un vecchio vinile, Tutu, mi piace.

 -Anche a me (fu il massimo che riuscì a dire)

Mangiarono in silenzio il riso piccante bevendo birra, dopo tanti giorni di digiuno finalmente Mario riuscì ad apprezzare quello che aveva in tavola. Il malese non distolse mai lo sguardo dal piatto, infine fissò la finestra.

-Notte funesta vero?

-Sei un prete?

-Tira vento da portar via, dove andavi?

 -Ma sei malese? I malesi sono cattolici?

 – Sei stato fortunato a trovarmi in casa, ti è piaciuta la cena?

 -Si..

-Perché digiuni? Hai avuto paura?

-Tu che ne sai? (chiese stupito M.)

-Io la conosco la paura, Dio mi parla, mi sussurra cose oscene, credi che non conosca la paura? Non dovresti uscire di casa in notti come queste, il vento è pericoloso. La pioggia piange per i nostri peccati ed è per questo che è dolorosa mentre il bianco della neve è il male che si manifesta ma il vento, il vento è follia. Il male si può anche combattere Mario, ma puoi combattere la tua follia? Se non sai di essere folle come puoi ribellarti, perché dovresti ribellarti? I santi, i santi Mario erano dei folli e per questo erano grandi, sei un Santo Mario? Sei un santo tu?

Fin dove vuole spingersi? Che cosa vuole da me?

continua…

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