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L’elettricista Errico

9 maggio 2012

“Il capitalista è un ladro che è riuscito per merito suo o dei suoi avi; il ladro è un aspirante capitalista che aspetta soltanto di divenirlo in realtà, per vivere senza lavorare del prodotto del suo furto, ossia del lavoro altrui…”

“Vivere senza lavorare”, campare di sfruttamento o di espedienti. A parte quell’appuntamento rimandato con la pendola da aggiustare – la sua croce – per tutta la sua esistenza vagabonda il vecchio (Errico Malatesta, ndr) aveva sempre lavorato con le mani, trafficato, e neanche riusciva a immaginarsi un altro stile di vita, più signorile. Anche da ultimo, anche qui in via Andrea Doria, se vogliamo. Quando era tornato a Roma nel 1922 – a settant’anni suonati, praticamente – s’era crucciato di aprire un primo laboratorio, al Laterano; poi c’era stata quell’ultima sua bottega, dietro casa, a un pianoterra di via Mocenigo ornato da un pergolato di glicine ombreggiante che gli aveva regalato frescura e sollievo nelle estati.

Se l’anarchia aveva dettato il ritmo sovversivo, in controtempo, dei suoi folli voleri e dei suoi sogni, il lavoro manuale era stata l’abitudine paziente che l’aveva messo singolarmente al passo con i tempi, oltre il presente. Bisogna essere “assolutamente moderni”, diceva il poeta, e lui anticamente moderno lo era stato. La velocità incostante delle bici, il lampo repentino e fuggente dell’elettricità: il suo futurismo era stato artigianale, meticoloso (sempre un po’ unto di olio meccanico). Alla fuga dall’Italia, negli anni Novanta, la corrente elettrica era per lo più ancora una novità, o un esperimento, e le strade di città, gli atri delle stazioni, le case borghesi, sembravano esitare in una penombra di chiarori a intermittenza, vaghi bagliori.

I tram andavano a cavalli, i treni a vapore. In America e a Londra l’eccezione era invece la regola, ovviamente, e lui  s’era trovato per caso a fare quel mestiere che in Italia era ancora cosa di pochi. Debuttante assoluto, per impratichirsi aveva fatto ricorso ai manuali. I principi generali, l’attrezzatura, le specifiche sugli impianti “domestici” o “industriali”, le istruzioni per aggiustare valvole o montare lampadari, interruttori, campanelli, il metodo degli impianti “sotto traccia”, gli inserimenti in serie o di derivazione. Era un mondo geometrico di costante applicazione, provate usanze, retto da una premessa “democratica” piuttosto generica. Sull’Enciclopedia Pratica, su cui studiosamente si era formato, la voce Lavori di Elettricità era introdotta da una solenne dichiarazione fuori luogo che sembrava venir dritta dritta dalla penna di un Jefferson, di un Frankiln:

Notazioni generali. Tutti i lavori che si riferiscono all’illuminazione elettrica sono alla portata di chiunque e chiunque può trovarsi costretto a occuparsene. Una valvola che brucia vi mette la casa al buio, ed è sempre bene essere capaci di rimediare personalmente al guasto invece di perdere tempo in attesa di un elettricista. Non bisogna avere troppa paura della corrente elettrica nè essere troppo temerari, basta tenere a mente alcune notazioni essenziali e non dimenticare mai le precauzioni essenziali.

Per sua fortuna si viveva – e si vive – nell’attesa, per lo più (anche di un elettricista, si capisce) e, quanto meno a Londra, il lavoro non mancava, se ne trovava. All’anarchia dedicava tutto il tempo necessario, all’elettricità quel che avanzava.

(brano tratto da: “Non ho bisogno di stare tranquillo”, di Vittorio Giacopini – elèuthera, 2012)

One comment

  1. Ma che bello!!!! Poesia elettrica libertaria!



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