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Ritratto maldoniano di un esule inconscio (quarta parte – versione alternativa)

17 giugno 2012

Che si stesse cacciando in un gran casino se n’era reso conto ormai da tempo, mai però si sarebbe aspettato quello che gli stava per accadere.

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leggi la prima  la seconda  la terza e la quarta  parte (questo racconto è figlio del ciclo maldoniano di Gaetano Veninata)

leggi la prima  la seconda e la terza  parte della versione alternativa (di Moises Di Sante)

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Il prelato malese  accese l’interruttore della cantina, si girò verso Mario e con la mano gli fece cenno di scendere le scale. Quando gli passò vicino il ragazzo ebbe come un imperscrutabile presentimento, un brivido lungo la schiena. Che cosa voleva dire tutto questo, a cosa stava andando incontro?

–          “ Forse farei meglio ad andarmene, non conosco quest’uomo, potrebbe anche essere un folle omicida”

Presagi ed eventi sono la risultante di una mente analitica- disse il prete- ogni singolo evento della nostra vita, ogni pensiero ed ogni scheggia ossessiva sono solamente il manifestarsi di un flusso continuo. La potenza dell’imperfezione risiede nella sua ineluttabile inaccessibilità, non stiamo parlando di inconsistenza ma di permanenza, di permeazione, di santità.

Mario si bloccò. In quel momento gli stava dando le spalle, era bloccato a metà delle scale. Sentiva la presenza dietro di lui, quella figura elettrica si imponeva nell’angolo oscuro della sua visuale, non poteva ignorarlo anche se non lo vedeva. Cercando di apparire tranquillo girò solamente la testa, il mento a toccare la spalla, il tono della voce lontano quasi assente.

–          Non ho capito, cosa stai cercando di dirmi?

Ora sentiva l’odore pungente della pelle dell’uomo, investito da quella mistura di aglio e sudore, incenso e sigarette si fece forza per resistere alla nausea.

–           Mario, dov’è tuo padre? Dove affondano le tue radici? Non stiamo innaffiando la tua terra perché vogliamo che diventi più resistente, dalla sofferenza la pianta trae la sua forza, il colore rosso dei suoi semi, aspri e feroci feriscono il palato i suoi frutti…

–          Non stiamo innaffiando? Ma di cosa stai parlando? Chi siete?

Si  girò completamente solo per affrontare la figura dell’uomo di fronte a lui. Il malese era molto più alto, sporco e scuro, oscenamente carismatico. Si sentì afferrare la mano e di scatto indietreggiò di qualche passo rischiando di cadere verso il basso, verso la cantina. La stretta dell’uomo però si fece insistente, lo trattenne ma non fu per il ragazzo un’ancora ma principio di perdizione. Stavano infatti manifestandosi in Mario tutta una serie di sintomi che all’inizio furono attribuiti all’eccessiva sazietà ed all’alcool ma poi non poté nascondersi la natura narcotica di quelle sensazioni.

–          Non mi sento bene, lasciami, devo tornare a casa… mi fa male la testa, lasciami perdio…

–          Scendi forza, ti stanno aspettando!

Mario sentì mancarsi a quelle parole, si voltò come per capire di chi stesse parlano ma la luce fioca della cantina delineava solamente i contorni di figure ed oggetti indistinti.

Era stato drogato, ne era sicuro, era in trappola.

Il prete lo schiaffeggiò violentemente e quando il ragazzo lo fissò inebetito e stralunato il malese gli sputò in faccia,  poi un colpo diretto alla bocca dello stomaco. Cadde in ginocchio, inerme e suppliziante, penitente in cerca di assoluzione Mario gli afferrò le gambe nude sotto il vestito talare e si mise a piangere. Fu trascinato con forza ad una sedia, la vista era offuscata, la cantina non aveva pareti ma solo contorni e linee indefinite.

–          La vergogna prima di tutto ma mai seguita da pentimento, sai decifrare i segnali della perdizione? Della tua perdizione? Non devi vergognartene perché nascono solo dalle tue potenzialità, devi averne paura perché possono ucciderti, renderti inerme ma devi affrontarle! Capisci cosa sto cercando di dirti? Eh Mario?

Mario era come una pupazzo di stoffa accasciato su una sedia di legno incapace di reagire in modo concreto, i suoi occhi roteavano in preda al panico. Cercò di articolare delle frasi ma le parole gli morivano in bocca in mezzo ad un flusso melmoso di saliva e catarro. Fissò con rabbia animalesca il rapitore, in un impeto di ferocia lo sfidò con lo sguardo.

–          Esatto Mario, esatto figliolo, stiamo parlando proprio di questo, Maldonian! Hai mai sentito parlare di Maldonian?!

–          Maldonian … non l’aveva mai sentita nominare, ma quella parola aveva qualcosa di familiare, di perverso e di infantile in un certo qual modo materno.

L’aria della cantina era asfissiante, caldissima ed umida. Sentiva i polmoni sofferenti, la respirazione affannata sussultava in scatti di tosse, doveva esserci qualcosa che rendeva esasperante anche il solo soffermarsi in quel luogo. Magari una caldaia, un qualche motore elettrico, non era possibile che fosse così naturalmente, fuori la città era gelata.

Il malese si abbassò verso il ragazzo e gli prese il mento tra le mani, gli alzò il viso e gli sputò di nuovo.

-L’umiliazione Mario, l’umiliazione può solo renderci migliori, guardati intorno ragazzo, saluta coloro che sono venuti a trovarti.

Allora Mario si rese conto di non essere solo in quel luogo, figure immobili lo fissavano dalla penombra della cantina. L’odore acre di bottiglie di vino marcio lo facevano lacrimare, rivoli salati generati dalla fronte bagnavo quegli occhi già abbastanza martoriati, brividi di febbre gli ricordavano in quale situazione fosse.

Davanti a lui un enorme crocefisso, alto quasi due metri, una croce d’ebano possente, cristiana e violenta su cui era inchiodato un cristo sofferente, un vecchio legno laccato di rosa in più punti scrostato, sembrava essere stato trafugato da una chiesa antica. Sopra al viso era stata messa una foto a grandezza naturale di Fela Kuti, il viso sorridente del “presidente” nero. Il tutto aveva il sapore blasfemo della sfrontatezza e dell’irriverenza ma ancora più inquietanti erano i cavi elettrici e il motore a benzina ai piedi della croce. Come fossero vene sclerotiche i cavi uscivano dal corpo del cristo là dove la lacca scrostata aveva lasciato intravedere il legno e andavano ad inserirsi nel motore.

Intorno al Salvatore stavano in piedi dei bambini immobili che si tenevano per mano, appena visibili nella penombra della cantina, i loro piedi scalzi feriti dai vetri rotti delle bottiglie incrostate di vino rosso. Al centro, come fosse una figura messianica Mario vide la vecchia in vestaglia che tanto l’aveva turbato. Nonostante la follia della scena e del terrore che stava per piegarlo notò subito che la vestaglia sembrava rigonfia sotto alla gonna, come se fosse seduta sopra una cassa o qualcosa del genere. Il malese accennò un sorriso beffardo e guardando la vecchia albina si rivolse a Mario

–           Ti ricordi di lei Mario? Dimmi ti ricordi di lei? Ti ricordi cosa ti disse la prima volta?

Non riusciva a parlare, sentiva che stava per vomitare.

–          “ Ho visto il mondo per te ma la papessa è dal verso sbagliato e i generi sono invertiti…”

Il prete lanciò ai suoi piedi due tarocchi consunti e sporchi d’olio (di pizza alla cipolla forse?),uno raffigurava il Mondo e l’altro la Papessa. Solo allora la vecchia degenere parlò

–          Non si possono cambiare gli eventi Mario quando questi sono scritti nel sangue del dolore, avevamo predetto per te un destino che si sta dispiegando sotto i tuoi occhi. Non cercare di capire non potresti anche volendo, la realtà ha mille volti e quello che conosci tu purtroppo è solo il più rassicurante. Dalla follia della perdizione si possono intravedere spiragli di alterità, altri mondi fuori di noi. Ogni porta ha la sua chiave Tzozius e questa è quella di Maldonian.

Nessuno lo chiamava mai per cognome e lui preferiva così, sentiva che in qualche modo era una forma scaramantica di superstizione.

–          Ho predetto per te i tarocchi, devianze sessuali, cambiamenti evolutivi. Il tuo prepuzio si è essiccato, stai mutando, non uomo ne donna ma bellissimo Santo, genere ibrido di fecondità, retaggi razziali ed espressioni religiose riaffiorano in te, devi liberarti per poter accettare la nuova realtà. Noi possiamo darti la chiave per Maldonian, ma passa per una strada di dolore e follia. Credevi forse che ci fosse un altro modo?

Fu allora che una bambina si staccò dal gruppo e si avvicinò a Mario, gli prese la mano e la baciò, poi gli altri si fecero avanti. Alla fine di ogni cavo elettrico c’era una ago di siringa fissato a dei tubi in vetro. Tra urla di dolore e spasmi di sofferenza Mario fu “collegato” al motore della sua Renault 4 appositamente smontato per l’occasione, gli fu fissato sulla schiena a mo di zaino, Tzozius a carponi sotto il peso di quella ferraglia.

–          Vogliamo che tu l’accenda Mario, vogliamo che tu senta quanto dolore c’è nelle macchine, nelle “macchine” come me, come noi.

La vecchia alzò la vestaglia per svelare il suo segreto. C’era sotto di lei ancora quell’uomo anoressico che l’aveva cavalcata ma ora era riverso sotto il suo pube albino, con il viso tra le sue cosce, il naso nelle labbra. Delle stringhe in cuoio lo tenevano ancorato in quella posizione, respirando dentro di lei. In eterna posizione partoriente la vecchia aveva un uomo anoressico e androgino sotto la sua vagina che non dava segni di vita. Il resto del corpo di lui era dietro di lei quasi fosse un corpo solo, un centauro contorto. Si avvicinò muovendosi a scatti per la posizione immonda che la costringeva a camminare come fosse un insetto.

–          Vogliamo che tu l’accenda, FALLO MARIO, mio Caro Mariolino, dolce, caro Mariolino

Il motore sbuffò fumi di benzina soffocanti, si riscaldò in fretta e incominciò a martoriare la schiena del ragazzo sotto il martellante tonfo dei cilindri. Come un cane Mario piangeva riverso a quattro zampe ma a confortarlo c’era lei, ora che gli appariva come sua madre.

–          Mariolino mio tu sei stato sempre un sognatore e anche se questo non piace a papà noi non glielo diciamo vero caro? Vieni, vieni qua da me. Fatti accarezzare.

In quel momento l’uomo sotto di lei prese coscienza e incominciò a muovere le braccia in spasmi di asfissia, sotto le gambe di lei sembravano arti d’insetto in quella che per il prete malese era una chiara rappresentazione di divinità esotica. Non riuscendo a parlare si sentivano solamente mugolii nel frastuono generato dal vecchio motore francese ma una parola arrivò chiara a Mario, Kimber08, Kimber08, Kimber08, Kimber08…

Le bambine a quella parola fissarono il povero ragazzo e iniziarono una lente e ossessiva litania, mentre il prete malese lasciò cadere a terra delle  vecchie foto in bianco e nero.

–          Battevarzi, Campari, Borzacchini, Fagioli, Villiperi, Ascari, Nuvolari… sempre più ossessive, sempre sempre più ossessive.

Le foto dei piloti di Mille miglia fissavano Mario dalla distanza dei tempi, dal profondo dei ricordi collettivi. Il ragazzo era in preda al dolore e alle visioni. Vide la foto di Fela Kuti fondersi nel legno, diventare il nuovo viso di Cristo. Vide il messia scendere dalla croce grazie al nuovo sangue che Mario gli stava pompando. Era una macchina con motore. La vecchia gli aveva detto di essere anche lei una macchina, La Macchina, e piloti di macchine lo fissavano. Cristo-Fela prese la mano del giovane quasi svenuto, in mezzo alla confusione del motore, della litania e delle urla, gli si avvicinò all’orecchio e disse:

–          Sofa sofa sofa sofa, miassè, nau yu fol tu bi dat!

Mario svenne.

Un telo nero ricoprì “la Renault 4”

tutto si svolse come sempre

nessuno schianto nessun rumore

il sonno

quattro ore nel nulla dello spazio-tempo

in compagnia di neutrini ballerini e sogni di baldracche

Poi l’atterraggio: come al solito brusco, di fronte al cartello con su scritto: “Be_<e__ti a Ma_donia_”.

Come tutti gli altri, anche il nipote di Tzozius l’ungherese vomitò istantaneamente l’anima terrestre.

continua…

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7 commenti

  1. “Archbishop na miliki
    Pope na enjoyment
    Imam na gbaladun”

    Straordinario associato, potente, radioattivo.


  2. […] prima, la seconda, la terza e la quarta parte della versione alternativa (di Moises Di […]


  3. […] prima, la seconda, la terza e la quarta parte della versione alternativa (di Moises Di […]


  4. […] prima, la seconda, la terza e la quarta parte della versione alternativa (di Moises Di […]


  5. […] prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte della versione alternativa (di Moises Di […]


  6. […] prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte della versione alternativa (di Moises Di […]


  7. […] prima, la seconda, la terza, la quarta, la quinta e la sesta parte della versione alternativa (di Moises Di […]



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