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Prova Attoriale per un Telefono Maldoniano- terza parte

1 gennaio 2013

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leggi la prima parte di Moises Di Sante

leggi la seconda parte di Gaetano Veninata

Al ragazzo fu dato un vecchio poncho impolverato,  un paio di occhiali arrugginiti e instabile comprensione. Seduto a gambe incrociate come una guida spirituale cherokee Mario si riscaldava le mani strofinandole nervosamente. Due uomini si aggiravano per la stanza cercando fogli di appunti e blaterando a mezza bocca pensieri insensati. L’esule non poteva che guardarli stralunato,aspettando che riprendessero a parlare, pazientemente attendeva che il calore ritornasse a rifluire nelle sue vene.

–          Senti ragazzo, allora la storia è un po’ più complicata di quello che sembra, ovviamente, se vuoi te la mettiamo giù così, come viene, poi magari se non ci capisci niente te la rispieghiamo

–          Bogie per favore, non essere così aggressivo – disse il vecchio Tzozius

–          Ma che aggressivo, cerco solo di metterlo in guardia

–          Da cosa?

–          Beh, da cosa, da.. in che senso? Da quello che c’è la fuori direi, mi vuoi dire che a Maldonian va tutto a gonfie vele?

–          No Bogie, chiaramente non va tutto bene, ma se vuoi che il ragazzo capisca devi prenderla con calma

–          Ok, ok, va bene vecchio ebreo cordiale e comprensivo, facciamo così, io ora vado a fare una telefonata e tu intanto inizi, poi ne riparliamo – bofonchiò l’imponente impresario mentre con una mano si portava una sigaretta alla bocca e con l’altra cercava un taccuino nel taschino del trench.

Mario guardò il “padre”  con rassegnazione, con gli occhi di un bambino spaventato. Il vecchio si inginocchiò di fronte a lui e strinse le sue mani forte, lo fissò per un attimo, scrutandolo fin quasi al punto da metterlo in soggezione poi parlò:

–          Io sono tuo padre, questo te l’abbiamo detto, ma vorrei che mi dicessi se ne sei convinto. Lo senti dentro di te? Senti qualcosa che ci unisce? Credi che le mie parole abbiano un senso?

–          Si….si , credo di si…

–          Va bene Mario, ripartiamo d’accapo. Quanti anni hai?

–          Ventisette

–          Quanti anni credi che io abbia? Cinquanta? Sessanta? Guardami in viso, vedi queste rughe, senti il mio odore? Che odore hanno le mani di tuo padre?

–          Non lo so, non credo di essere abbastanza lucido ora, comunque potresti averne sessanta, insomma non lo so

Bogie rise fragorosamente alzando la cornetta di un vecchio telefono grigio con il selettore numerico a ghiera, si fissò il ricevitore tra la spalla e l’orecchio sinistro, la sigaretta di traverso alla bocca,il blocchetto degli appunti tenuto davanti al viso e una mano che teneva il cavo arricciato e il corpo dell’apparecchio. Li guardava di traverso l’uomo vestito con un vecchio trench cachi, logoro e sporco, mentre il fumo del tabacco descriveva rivoli contorti intorno a lui, come a sottolinearne l’aura magica e grottesca. A vederlo sembrava un folle che prendesse per il culo gli infermieri che lo accudivano, sorrideva con gli occhi ed ogni tanto sputava fumo nella loro direzione, poi iniziò a ripetere una serie di halò, halò, c’è nessuno? Halò halò… si girò di spalle e iniziò a scarabocchiare qualcosa nei fogli

–          Mario, non ne ho sessanta, ne cinquanta ne duecento. Non lo so neanche io quanti anni ho, vivo qui a Maldonian da una vita, ed ogni anno che passa ho ricordi confusi del mio passato, non sto dimenticando, semplicemente le mie percezioni vengono continuamente rimescolate finché tutto mi appare come un unico flusso, senza un passato ed un futuro ma come un reale e concomitante presente, dove ogni singola parte è collegata alle vite degli altri, alle loro paure, ai loro sogni

–          Ma è così per tutti Tzozius? Non capisco…

–          Porca la troia volete abbassare la voce che non sento? Oggi è pieno di interferenze…

–          Si ragazzo, è così per tutti. Dopo un po’ che vivi nella città smetti di farti certi tipi di domande, perché dovresti pensare al tuo futuro, alle persone che sono state importanti per te? Siamo un unico essere elettrico, pulsante, un immenso scarafaggio, e la città vive con noi, di noi

–          Ah, fottuti scarafaggi, che schifo! disse Bogie schiacciandone uno con la suola delle scarpe. Un muco verdastro schizzò lateralmente al suono di un carapace che friggeva sotto il cuoio dei mocassini italiani. Strofinò  la punta della scarpa nella parte posteriore del pantalone per pulirla e si rimise a scrivere.

–          Quindi non sai quanti anni hai?

–          Quindi non ho più un’età. Non invecchio Mario, io sono vecchio. Alcuni muoiono, alcuni sono eliminati. Molti ragazzi non fanno che vivere il loro splendido momento di una stagione irripetibile, poi iniziano ad aver paura ed allora, beh non si sa più niente di loro.

–          Come i ragazzi di Bogie, del Teatro Instabile Bereschenko?

–          Si, come loro

Bogie per un attimo smise di scrivere, poi riprese nervosamente

–          Quello che sto cercando di dirti è che Maldonian è come uno specchio, un vecchio specchio per carità, che non trattiene nulla, che non s’impadronisce di nulla, che non rifiuta nulla: riceve ma non trattiene. L’atto per cui è creato il mondo è il medesimo per il quale esso è distrutto-la cessazione della vita individuale- come se l’intero processo dell’universo fosse quel gioco in cui si deve passare la palla non appena si è ricevuta. Maldonian è Dio che gioca a rimpiattino con se stesso. Soltanto che Dio non esiste e noi siamo santi senza padrone.

Mario fece per alzarsi ma non ne ebbe la forza, la rabbia che gli stava montando però lo fece parlare

–          Senti vecchio, vi ringrazio di avermi portato in questa topaia, salvato da cosa non lo so, non me lo ricordo, ma a sentire  voi mi avete fatto un favore. Allora grazie grazie mille, dovrei dire: grazie papà?! Grazie papà, grazie Tzozius, ma risparmiami queste menate zen, oppure sono pillole di saggezza iniziatica ebraica? Ma Tzozius non è un cognome greco?

–          Mario ascoltami

–          No ascoltami tu perdio, l’unica cosa certa è che pochi giorni fa..

–          L’anno scorso Mario

–          Come l’anno scorso? POCHI GIORNI FA (disse in tono violento) io me ne stavo a zonzo in via dei Volsci, in una fottutissima Roma fredda come il buco del culo di un cane randagio, con una fastidiosissima irritazione alla cappella e poi un negro samoano mi ha drogato, mi ha messo qualcosa nel pollo. Tutto quello che viene dopo sono solo deliri, frutto della mia follia

–          I santi sono dei folli, cosa sai dei santi ragazzo?

–          Potete g-e-n-t-i-l-m-e-n-t-e abbassare la voce?! Non sento. E che cavolo!

–          Si, i santi sono folli perché si sono fatti martirizzare per un’idea folle!

–          Quindi la follia può portare alla santità?

–          Ma che ne so, ma che me ne frega! Si, certo, probabile, sono santi anche i matti, gli attori i poeti, il cazzo del mio cane, che vuoi che ti dica vecchio? Che alcune persone sono predestinate alla santità? Che i santi non sono solo fedeli ma che anche gente senza Dio può diventare santa? Che Dio non è condizione necessaria alla santità? Che anche un alcolizzato vagabondo, un attore ubriaco di teatro possono diventare santi?

Tzozius l’ungherese e Bogie l’impresario fissarono Mario come mai non avevano fatto prima.

“ Domani, e domani, e domani,
trascina il suo lento passo di giorno in giorno
fino all’ultima sillaba del tempo registrato,
e tutti i nostri ieri hanno illuminato stupidi
la via verso una morte di polvere.
Spegniti, spegniti breve candela!
La vita è solo un’ombra che cammina: un povero attore
Che incede e si agita sul palcoscenico,
e poi non lo si sente più: è una storia
raccontata da un idiota, piena di rumori e di rabbia,
che non significa niente”

Applausi scroscianti dalla platea mentre insegne al neon illuminavano il palcoscenico. Numeri a banderuola scorrevano come se stesse per arrivare un treno. Lampadine colorate splendevano intermittenti grazie all’elettricità generata dagli attori ciclisti. Sudore, dolore e follia elettromeccanica inebriavano il pubblico dei droidi ora in piedi, plaudenti e violenti al suono di mille “bravò”! Un attore fu preso a calci e scaraventato fuori le quinte, cadde spaccandosi un dente. Nudo e sanguinate alzò le mani supplicanti verso i droidi che lo applaudivano, cablature elettriche lo legavano da dietro il palco. Bravò, bravò, bravò!

–          Questo era un estratto dal dolore di Macbeth, la nostra compagnia è onorata di…

Fu freddato da un colpo di pistola al cranio.

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Mario stava inveendo contro un vecchio ungherese, alzando la voce e gesticolando nervosamente con le mani. Un ex impresario, dalla statura imponente, simile ad un Humphrey Bogart caduto in disgrazia stava sbattendo la cornetta contro il bordo del tavolino, sgolandosi perché la finissero di urlare impedendogli di registrare la conversazione telefonica. Il cavo dell’apparecchio però non finiva in uno spinotto e non era collegato a nessuna linea telefonica. Bogie aveva trascritto un’infinità di numeri e di frasi sconnesse e senza senso nel suo taccuino da taschino. La porta si spalancò di colpo. Un droide Kimber04 entrò portando con se quel forte odore di profumo da prostituta che li caratterizzava.

–          Lo sapevo (disse a bassa voce Tzozius)

–          Se è per le urla ci scusi Signore, è che ci siamo un po’ scaldati- disse Bogie in tono remissivo, ora non aveva più quella furia di pochi istanti prima

Il droide era sensualissimo. Completamente vestito in pelle nera portava sopra  un lungo paltò da arrogante gestapo, inserti  e bioporte erano appena percettibile sotto i suoi capelli rossi. Gli stivali ticchettavano ad ogni passo mentre incedeva in quel lurido appartamento. Un altro scarafaggio fu schiacciato. La donna portava un corpetto di pizzo in dermo-synth che riusciva a canalizzare l’attenzione degli uomini su un petto compresso e provocante. Lanciò ai piedi di Tzozius una rivista pornografica. Droidi di diverse classi copulavano insieme a dei dobermann. Uno di quelli poteva essere lo stesso Kimber04 che era appena entrato, difficile dirlo.

–          Toglimi questa schifezza da davanti- disse il vecchio ungherese

–          Tzozius per favore portale rispetto, sentiamo cosa vuole

–          I negri stanno ascoltando della musica nella Nigeria pre-scisma, con denti marci mordono lo scafo delle loro petroliere. Uccelli metallici volano in un cielo che non conosce stagioni. Fela Kuti è il nostro presidente. Non ho paura perché ora riesco a sognare e perché loro possono sentirmi. Tirami su le lenzuola mamma, sento freddo. Voglio collegarmi, la mia vagina è elettrificata. 76308, tre volte per ogni riga, per ogni pagina. Ghel non esiste perché non si può sognare.

–          Ma che sta dicendo Tzozius? Mario impietrito fissava il droide

–          A volte hanno flussi di coscienza, si collegano con la città. Credo che stavolta siamo nella merda seria, quando fanno così sono imprevedibili e violenti

Tre uomini e un droide in una stanza infestata da scarafaggi. Dall’alto i loro corpi non erano tanto dissimili da quegli insetti. Uno di loro estrasse da sotto il cappotto una piccola pistola da una fondina nascosta. Un colpo diretto tuonò come una bestemmia nell’attimo della decisione. Il corpo del droide cadde a terra senza versare sangue, accasciandosi sulle proprie gambe. Bogie scattò davanti con in mano ancora la rivoltella fumante e incominciò a prendere a calci il corpo della donna.

–          Cazzo, cazzo, cazzo, fottiti puttana, fottiti maledetta troia, che pensavi eh? Che pensavi di entrare qui così, all’improvviso con tutte le tue cazzate e portarci al Primo Settore senza beccarti una pallottola in testa?!!! Cazzo cazzo cazzo porca puttana!

Bogie continuò a prendere a calci il corpo del Kimber04 finché non rimase senza fiato.

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