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Prova Attoriale per un Telefono Maldoniano (settima parte)

27 ottobre 2013

Prova Attoriale per un Telefono Maldoniano (settima parte)

leggi la prima parte di Moises Di Sante

leggi la seconda parte di Gaetano Veninata

leggi la terza parte di Moises Di Sante

leggi la quarta parte di Moises Di Sante

leggi la quinta parte di Gaetano Veninata

leggi la sesta parte di Moises Di Sante

La tv scricchiolava a causa del nido di scarafaggi che ospitava. “Povera piccola telecirione, Mariuccio, povera..” “Si chiama televisore, Lara, televisore, e non prova dolore, lo provano al massimo gli scarafaggi quando li schiacci, mentre scappano tristi verso la cucina”. “Fottiti”, rispose Lara, “sei uno stronzo”. E uscì.

A Mario dapprima sembrò che il pianto venisse da sotto il letto. Pensava piovesse sotto il letto, credeva che il materasso umido gocciolasse piacere. Poi chiuse gli occhi e vide che era lui a piangere, di fronte a quella che sembrava una fossa scavata di fresco per accogliere una bara, una fossa che in realtà ospitava un pranzo. Perchè un cadavere non prova dolore, e nemmeno il legno morto della bara. Un pranzo in piena regola, con le sue lacrime a salare la terra.

Quando si svegliò, ebbe paura. E non delle antenne che lo fissavano dal cuscino accanto al suo, ma del fatto che ancora non gli fosse successo nulla a causa dei suoi sogni. Era un po’ che non si nascondeva quasi più, che viveva con Lara in quella specie di albergo, che ogni tanto si scriveva con il padre, con quello che diceva essere suo padre. Eppure nessuno era mai venuto a prelevarlo, in quei mesi passati a Maldonian, nel sudore e nel sesso, senza davvero nulla da fare, se non sudare e venire, sudare e venire.

Aprì la finestra. Nel suono serale fatto di smog e insegne, intravide due uomini con al guinzaglio due echidne domestiche (vedi su Villa Telesio “N’est-ce donc que cela?”, 20 ottobre 2008) e poi una bancarella che vendeva pirogi e due ragazzi vestiti con tute da giaguari, due liceali probabilmente. “Maldonian cambia”, pensò Mario, in fondo sta forse diventando una città normale, come quelle normali, quelle dove si esce, si scopa, si viene licenziati, ci si sente in gamba e poi ci si masturba frustrati in notti divinamente impotenti, dove drogati muoiono nei vicoli dove poco prima vecchietti ubriachi pisciavano una delle loro ultime pisciate, dove dei capetti comandano degli schiavetti, e dove schiavetti comandano altri schiavetti, e dove le donne profumano da giovani e puzzano da vecchie. “Una fottutissima città normale, cazzo”.

Pensava così, Mario Tzotzius, prima di venire colpito da dietro da qualcosa di più grosso di uno scarafaggio, di più vivo di un televisore, di meno sexy di Lara. L’ultima cosa che vide fu il televisore acceso, che fulminava in un solo istante un’intera colonia di piccole intelligenti spie.

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