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Perchè stanno morendo

6 gennaio 2014

modigliani_diego_rivera

Ogni tanto ci permettevamo di dare da mangiare agli economisti. Per essere dei cavalieri di I livello non era male, ci sentivamo dei privilegiati rispetto agli altri compagni di corso., che avevano una paura matta di essere traviati. Le regole del castello erano discretamente rigide, anche se nulla era – come leggevamo da piccoli, quando regnavano loro – “severamente vietato”.

Insomma, se volevi ti ricavavi i tuoi spazi di libertà. E in questa logica rientrava anche la possibilità, per dei novizi, di avvicinare gli economisti, imparare le loro abitudini, la loro logica, le loro debolezze, le loro ingannevoli virtù: per sapercene poi servire in battaglia, al momento giusto.

Nel castello dove facevamo addestramento noi, ne tenevamo sette. Tutti in gabbie separate, quadrate, di legno e ferro; gabbie vicine una all’altra, in una sala discretamente illuminata. Ormai li conoscevo bene, c’era quello che voleva sempre una gamma di cibi di diversa provenienza,;chi amava invece che ogni giorno gli venisse portato una sorta di menu con un piano alimentare ben definito, di solito di natura quinquennale; chi pensava che si dovesse evitare di dargli da mangiare ogni giorno perchè era uno spreco di risorse naturali; e chi semplicemente rifiutava il cibo, perchè glielo davamo noi ed era – secondo lui – una cosa innaturale, impossibile, un sogno. In quest’ultimo caso veniva lasciato libero di fare come credeva: e ogni giorno, dopo le solite reiterate proteste, mangiava.

Si era cavalieri di I livello per circa due anni. Un apprendistato breve; al terzo si andava direttamente in battaglia. Ho parlato di corso, ma non è la parola esatta: eravamo tutti, nei vari castelli della comunità, autodidatti, e non avevamo nessun superiore o maestro o altre cose del genere. Leggevamo quello che ci sembrava più adatto, ognuno si specializzava in qualche autore, se voleva, ma poteva pure leggere a caso quello che voleva. C’erano delle regole, ho detto, ma erano regole dettate giorno per giorno dalle necessità della battaglia. A comandare erano i libri.

Una volta conclusi i due anni, e ho detto circa due anni, visto che dipendeva dalle capacità mentali di ognuno, si prendeva il proprio tascapane e si andava al fronte. Lì affrontavamo gli economisti. Uno di fronte all’altro, il poeta e l’economista, si trasmettevano informazioni pure, fissandosi negli occhi. E tra una teoria del plusvalore e un verso di Kavafis, si svolgeva una vera e propria guerra interna. Chi veniva convinto passava dall’altra parte e così via. La guerra durava ormai da 17 anni ed era la necessaria conseguenza di un’irriducibile necessità biologica. In fondo, entrambe le specie lottavano per la sopravvivenza.

Non potevamo parlare con loro. Quando qualcuno dei sette ci rivolgeva direttamente la parola (ma mai gli occhi, erano tutti bendati per evitare conflitti su scala ridotta) noi rispondevamo: “Rababum!”. Perchè non potevamo accettare compromessi. À la guerre comme à la guerre.

Fu con notevole sorpresa che accogliemmo, una notte di gennaio, l’ottavo prigioniero. Era un ragazzo, vestito quasi come noi, dallo sguardo lucido e appassionato, un “post-colbertiano libertario”, come ci sussurrò il compagno che lo aveva catturato poco dietro la linea del fronte, tendendogli un agguato in perfetto stile poetico (imitando il canto di un usignolo, di cui gli economisti vanno ghiotti). Non aveva però nessuna delle caratteristiche dei nostri nemici: capelli radi, sorriso invidioso, occhi rapaci e gote violacee. No, era pure un bel ragazzo, non c’è che dire. E difatti suscitò commentini piccanti di numerose compagne.

Anche il suo comportamente era differente da quello degli altri. Non ci rivolgeva mai la parola, forse conscio dei nostri regolamenti, mangiava con gusto e non si lamentava mai. Anzi, sorrideva pure quando rispondevamo “Rababum!” ai suoi colleghi prigionieri, bigotti curiosi. Nei suoi confronti ebbi addirittura la tremenda intuizione che forse non avevamo di fronte un vero economista, ma uno di noi, che era stato sconfitto in battaglia, era passato dall’altra parte, ma in fondo era ancora recuperabile, non aveva perso né fascino né talento.

Ne ebbi l’errata conferma quando parlò, per la prima volta dopo due mesi di prigionia, chiedendomi se fosse permesso leggere qualche poesia prima dei pasti. Rispondemmo, ovviamente, “Rababum!”, e lui rise, rise di gusto. Ancora ho nelle orecchie la sua risata, deliziosa e assolutamente efficace, come una droga. Rise tutta la notte, e ancora il mattino dopo. Solo dopo capii. Aveva trovato, da buon economista, la formula per sconfiggerci.

Ci chiese altre tre volte, nei tre giorni seguenti, se potessimo portar loro da leggere qualche poesia. Tre volte rispondemmo “Rababum!”. Tre volte risuonò la sua risata tremenda per tutto il castello. Il quarto giorno la scena fu per noi mortale: le gabbie aperte, le bende per terra, nessuna traccia degli otto prigionieri. Negando noi stessi avevamo ridato la libertà agli economisti, che ora avevano un vantaggio incredibile nelle pluridecennale guerra.

Presto fummo costretti a ritirarci dal fronte, a cedere ampie porzioni del nostro territorio, a riparare in baracche di fortuna in luoghi lontani, come quello da cui sto scrivendo. Luoghi dove fragili poeti dureranno una, due poesie. Poi le teorie fioccheranno, come rababum velenosi, sulle vostre teste indifferenti. Ed è tutta colpa nostra.

One comment

  1. […] Perché stanno morendo (leggi) […]



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