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Una delle buone cose pro­dotte dal ‘900

24 aprile 2014

rossanda

(di Luciana Castellinail manifesto 23 aprile 2014)

Ieri – 90 anni fa – è nata la ragazza del secolo scorso. E’ una delle buone cose pro­dotte dal ‘900. E sic­come la sua testa è ancora quella della ragazza, è pos­si­bile ricor­dare un com­pleanno su cui di solito, quando si ha la nostra età, si pre­fe­ri­sce sor­vo­lare. Del resto non siamo qui a cele­brare, ma sem­pli­ce­mente a feli­ci­tarci di poter ancora con­fron­tarci con Ros­sana sul che fare in que­sto nostro male­detto tempo così gra­vido di scon­fitte più grosse di quanto aves­simo pre­vi­sto e appe­san­tito da pro­blemi sem­pre più dif­fi­cili da affron­tare. Per for­tuna non siamo dispo­sti a subìre e per que­sto ci piace poter dire assieme a Ros­sana: ci siamo ancora.

Vor­rei met­tere il punto qui a que­sto scritto. Entrare nel merito della per­sona di Ros­sana Ros­sanda è troppo dif­fi­cile. Anche per via di un rap­porto che per più di mezzo secolo non è stato per me solo di “mili­tanza”, ma anche di inti­mità umana, fini­rei nella melan­co­nia del ricordo dei com­pa­gni con cui le nostre vite si sono intrec­ciate e che via via abbiamo per­duto in que­sti anni. Chi prima, chi dopo.

Né posso spie­gare Ros­sana ai let­tori de il mani­fe­sto, sarebbe ridi­colo. E tut­ta­via, anche per poter pen­sare che fra i let­tori di que­sto gior­nale ci sia qual­cuno più gio­vane che la cono­sce meno dei “vec­chi”, qual­cosa su di lei vor­rei dirla. Innan­zi­tutto che avrebbe voluto occu­parsi di sto­ria dell’arte, ma poi non l’ha potuto fare per­ché ci sono tempi in cui la sto­ria ti acciuffa. Il 1943 era uno di que­sti tempi; e poi non c’è stata più inter­ru­zione, per­ché dopo il 1945 è vero che era arri­vata la pace ma biso­gnava darle un senso e per que­sto costruire quel Pci che per molti decenni ha assor­bito l’intelligenza e l’impegno di tanti.

Ma ho citato la sto­ria dell’arte poi abban­do­nata, per­ché Ros­sana ha sem­pre con­ser­vato, gra­zie a quella prima voca­zione, una giu­sta distanza cri­tica – cul­tu­rale – rispetto alle roz­zezze di cui è mac­chiata anche la migliore poli­tica. Il suo modo di scri­vere, del resto, porta que­sto segno: sem­pre la mano di una straor­di­na­ria scrit­trice, anche quando doveva trat­tare di uno scio­pero di net­tur­bini. E una resi­dua nostal­gia, nasco­sta, per la pas­sione cui aveva sen­tito il dovere di rinunciare.

Ros­sana la sua vita comu­ni­sta l’ha ini­ziata, e pro­se­guita per molti anni, in quel par­tito duris­simo che era la fede­ra­zione di Milano. A noi di Roma, abi­tuati al carat­tere vario­pinto dei poveri sot­to­pro­le­tari delle nostre bor­gate, alle stra­va­ganze del popo­lino arti­giano, quel par­tito mila­nese tutto ope­raio, una forza inqua­drata e così clas­sica, nel senso che sem­brava uscita dalle pagine dei clas­sici del mar­xi­smo, appa­riva un alieno. Credo che per i più gio­vani sia per­sino dif­fi­cile ora­mai imma­gi­nar­selo, tanto più se vanno oggi a vedere cosa è diven­tata la for­tezza rossa di Sesto san Giovanni.

Per capire Ros­sana biso­gna ricor­dare quel par­tito mila­nese, rispetto al quale, nono­stante le sue rigi­dità, di cui era ben cosciente, lei non ha mai voluto restare ai mar­gini. Anzi: è stata una grande, mitica, diret­trice della altret­tanto mitica Casa della Cul­tura mila­nese di via Bor­go­gna pro­prio per­ché il punto focale per lei è restato la fab­brica. E’ pro­prio per la cen­tra­lità che ha sem­pre con­fe­rito alla pro­ble­ma­tica ope­raia, alla rap­pre­sen­tanza del lavoro, che Ros­sana è stata una straor­di­na­ria orga­niz­za­trice cul­tu­rale, che ha saputo gestire il rap­porto con gli intel­let­tuali, senza set­ta­ri­smo ma anche senza indul­genze, quando, lasciata Milano, è venuta a Roma a diri­gere la com­mis­sione cul­tu­rale del partito.

(continua a leggere su il manifesto)

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