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In condizioni normali (di Valerio Pierantozzi)

18 marzo 2015

hangover

Lunedì 6 giugno 2011 – ore 7,30

Il suo cervello cercava faticosamente di capire se le immagini annebbiate che aveva nella mente fossero sogni o ricordi reali. La bocca era impastata e la testa gli doleva. Nel frattempo la luce che filtrava dalla finestra lo stava riportando alla realtà. Con un po’ di timore si girò dall’altro lato del letto per scoprire che i flash della memoria descrivevano fatti avvenuti per davvero. “Buongiorno!”, disse lei allegra.

Max rispose al saluto con cortesia alzandosi dal letto per aprire la finestra e andare in bagno. Chiuse la porta e si guardò nello specchio: la faccia ancora gonfia dall’alcool con le labbra che sembravano canotti, due terribili aloni scuri sotto gli occhi e i capelli arruffati. Ma soprattutto una grande domanda che lo affliggeva: “E chi è questa?”

Aprì il rubinetto del lavandino giusto per fare qualcosa, mentre con le sparute forze cerebrali rimastegli cercava di raccogliere i flash della nottata precedente per farne un riassunto verosimile. Era stato a cena in pizzeria con i colleghi del mensile per cui lavorava, come faceva ogni volta che si finiva di realizzare un numero della rivista. Poi aveva raggiunto altri amici in un pub in centro, dove aveva continuato a bere pinte bionde di infima qualità. Poi ricordava che Matteo aveva offerto un giro di whisky e da lì la memoria iniziava a fare cilecca.

FLASH N.1
“Max, ti do dieci euro se vai dalla barista e riesci a farti offrire una pinta”.
Sfida accettata.
Mi avvicino al bancone e dico alla ragazza: “Ciao. Senti, io e il mio amico coi capelli neri che sta lì al tavolo abbiamo fatto una scommessa: mi dà dieci euro se riesco a farmi offrire una birra da te. Quindi facciamo così: tu adesso mi fai una bionda e io non te la pago subito; coi soldi della scommessa poi mi vengo a prendere un’altra pinta e ti pago anche questa senza farmi vedere, così in pratica mi faccio offrire due birre. Ci stai?”
Sfida vinta.

FLASH N.2
“Mattè, cazzo, sei fissato con ‘sto locale. Andiamo direttamente ai Murazzi, non ci far passare di qui ogni volta”.
“Dai Max, stiamo poco, ci facciamo un Disaronno e ginger ale, e vediamo se c’è qualche tipa interessante. Senti che musica!”
“Ma che mi frega della musica. Vabbé, intanto che voi entrate io vado a comprarmi una birra al kebabbaro”.

FLASH N.3
Sono da “Giancarlo” ai Murazzi, è buio e ballo in maniera scomposta. Non so dove siano i miei amici, forse sono già a casa. Ci provo con tutte le ragazze che incrocio. All’improvviso una tipa bionda mi dà corda e inizia a rispondere ai miei stimoli.

FLASH N.4
Sono con la tipa bionda a mangiarmi un panino fuori dal locale. È molto tardi. Decido di andare a casa e lei viene con me. Ma è come se io non fossi contento di aver rimorchiato. Anzi sto cercando di smollarla in tutti i modi, ma lei si ostina a volermi seguire.

FLASH N.5
Inserisco le chiavi nella fessura della porta. Apro e lei entra con me dentro casa.

Max uscì dal bagno ancora tramortito e la bionda gli andò incontro sorridendo.
“Ho messo un cucchiaino di zucchero”, disse porgendogli un caffè.

“Grazie”, disse con un tono ancora compromesso dall’alcool, per poi sedersi in cucina cercando di capire cosa fare.
La bionda aveva colto l’occasione per parlare della bella serata trascorsa, del fatto che ogni domenica lei vada da “Giancarlo” perché ci sono meno ragazzini e anche perché il lunedì è il suo giorno libero dalla scuola.

“Scuola… Fai l’università?”, chiese Max confuso.
Alzò quindi la testa per guardarla meglio: era una donna abbastanza alta, non particolarmente bella, con probabilmente qualche anno più di lui, sui 35 o 36.

“No – rispose lei con una risatina – veramente insegno italiano e latino in un liceo. Te l’ho anche detto ieri, non ricordi?”
Ma che cazzo vuoi ricordarti…, pensò Max. Che per non fare la figura del fesso cambiò discorso.
“Sei già di ruolo? Ho un ex compagno di università che fa il professore, ma va ancora avanti a supplenze nell’attesa di una cattedra”.
“Sì, ma tu sei parecchio più giovane di me. Scusa, non ricordi neanche quanti anni ho? Eppure ne abbiamo parlato ieri. Mi hai anche chiesto la carta d’identità perché non ci credevi”.

“Parecchio più giovane di me?”, disse sgomento. “Parecchio quanto?”
La bionda rise di nuovo, prese il documento dalla borsetta e glielo porse (di nuovo).
Roberta Borgis, nata a Bardonecchia l’8 settembre 1961.
“1961?! Hai cinquanta anni?”, disse incredulo Max.

“Quarantanove veramente, cinquanta li faccio a settembre. Mi fa piacere comunque che proprio non credi alla mia età!”
Max rimase di sasso: quella donna aveva 20 anni più lui. Ecco forse perché aveva provato a smollarla la notte precedente.

Dopo qualche chiacchiera gentile e imbarazzata, Max decise che era ora di mandarla via. Si erano fatte le 9 e, anche se era presto, aveva bisogno di riprendersi prima di andare a lavoro.

“Senti, io fra un po’ vado in redazione: abbiamo la riunione per decidere i temi del prossimo numero e mi devo ancora fare una doccia…”, disse nella maniera più delicata possibile.

“Sì, non c’è problema. Anche io devo andare a casa: è meglio che svegli mia figlia, altrimenti quella è capace di dormire tutto il giorno”.
“Tua figlia? Hai anche una figlia? Sei sposata?”, chiese Max sempre più confuso.
“Sono divorziata e ho una figlia di 24 anni che fa l’università”, spiegò la bionda.

Porca troia, un’universitaria di 24 anni. In condizioni normali io ci proverei con la figlia, e invece sono finito a letto con la mamma, pensò Max fra sé.
La bionda lasciò l’appartamento e Max le chiuse la porta alle spalle. Si girò e rimase per un momento a osservare il caos regnante nel suo monolocale.

Ok, un’altra serata folle è passata. Ora però ho davvero bisogno di una doccia per affrontare la nuova settimana. Dai, si ricomincia.

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