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Vacanze romane per Sergio Da Silva

25 giugno 2015

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A volte viene da chiedersi quale sia il passo successivo che debba essere fatto e soprattutto se ne valga la pena. Un uomo entra nella hall del Grand Hotel in piazza della Basilica, Roma ribolle come pomodori sotto al sole, una violenta giornata d’estate intorpidisce ogni desiderio d’azione, silenzio e poca vergogna.

Questa volta non è da solo il “comisario” Sergio Da Silva, con lui un uomo sui 35 anni, magro, con indosso una giacca estiva marrone, toppe sotto i gomiti e sigaretta in bocca. L’aspetto è trasandato ma come l’uomo che accompagna non passa inosservato. Francisco Pinto è prima di tutto un periodista, un giornalista per l’appunto, parla poco italiano e scrive ogni tanto per la Tribuna da Bahia, giornale locale.

I due uomini si dirigono verso il bancone d’ingresso, lucertole esotiche scampate a qualche rito di Candomble o sacerdoti sudati del rito, le dualità si mescolano nella tregua dell’attesa. Perché non è solo artificio letterario quello di cui stiamo parlando, Francisco Pinto è per Sergio da Silva sia testimone di martirio che alchimista del veleno. Il Brasile è Sudamerica, è la goccia di follia che macchia il bicchiere, vino e tabacco, caffè senza zucchero, i due sono legati dal mistero delle sensazioni e dalle parole non dette. Cosa nascondono? Ne riparleremo tra poco, per ora basti sapere che l’Hotel è fresco e questo tanto basta ai due turisti. Una donna ferma il comisario, le porge le mani e gli sussurra qualcosa, capita spesso, Francisco non se ne stupisce, continua a camminare, lascia il suo uomo da solo.

– Mi scusi, non vorrei disturbarla

– Nessun disturbo

– Alloggia qui al Grand Hotel?

– Sono appena arrivato, con un amico, siamo turisti

– Posso chiederle da dove venite? sono invadente? (sorride la ragazza, non le interessa la risposta)

– Brasile, Salvador da Bahia.

Un attimo di silenzio, poco imbarazzo, una dinamica ormai collaudata, Francisco li guarda da sopra la sua spalla, senza fermarsi volta appena la testa. La reception non è libera, un uomo grasso vestito di bianco e panama intrattiene una conversazione da poco conto con un commesso annoiato.

– Lei è il signor da Silva vero? Il commissario…

– come fa a saperlo?

– beh, qui tutti ne parlano….

– parlano di me?

– si ecco, insomma…viene dal Brasile quindi?!

– sì (Sergio estrae un pacchetto di Camel gialle dal taschino)

– Che bello, non ci sono mai stata (dove? in Brasile, Salvador? affermazione sciocca) da quando mi sono divo..lasciata con mio marito mi sono sempre ripromessa di viaggiare

– È giovane (è quello che voleva lei, domande personali)

– Insomma sì, sono appena arrivata qui a Roma e mi chiedevo se qualcuno potesse introdurmi alla città, sono di Gorizia, molto lontano.

Sergio continuava a studiarla, in silenzio, la lasciava parlare, come sempre questa era la sua tecnica, lasciar parlare la gente perché la gente vuol parlare, farsi parlare. I tempi verbali non sono scelti a caso, niente iperbole, passato e presente hanno poco senso per il commissario Sergio da Silva, una immensa confusione di ricordi dove ogni singolo particolare viene fissato.

Per chi si fosse lasciato scappare i racconti o le dicerie che vengono dette riguardo la vita passata dell’uomo del Brasile basti sapere che Sergio ormai è un uomo di polizia in pensione, non per sopraggiunta età da ritiro ma per scelta personale. Scelta dettata dalla stanchezza e dalla nausea, dal desiderio di evasione e rifiuto di particolari attimi di vita. La violenza fu compagna insaziabile per Sergio da Silva, lussuria delle favelas e languide carezze del narcotraffico. Beninteso, non stiamo parlando di un uomo corrotto, sarebbe troppo semplice, topos letterario ed archetipo noioso. Sergio viveva il Brasile, l’ha vissuto da uomo dell’ordine consapevole però di un grande disequilibrio interiore, il suo disordine.

Odiare la vita comporta delle scelte, prima fra tutte se vale la pena continuare e delle domande come: ed il sesso? Di solito poi si passa inevitabilmente a pensare: cosa ne sarà dei miei amici? Il che come diretta conseguenza porta a chiedersi: ne ho veramente? È qui che subentra Francisco Pinto, periodista della Tribuna da Bahia, unico vero uomo nella vita del commissario. Si dice, ma qui entriamo in un territorio incerto, che i due uomini si siano conosciuti sul “campo”, che Francisco Pinto stesse seguendo una pista, informatori, tracce, che cercasse conferme riguardo una retata della polizia e che il Caso o Dio, eterni rivali, li abbiano fatti incontrare.

Una di queste dicerie vuole che davanti ad un bicchiere di rum un patto sia stato stipulato. Sergio si sarebbe negato tutti gli inverni a venire, anzi non solo quelli ma la maggior parte dell’anno. Voleva e pretendeva vivere solo periodi di “sospensione”, l’estate dei silenzi, delle vacanze, dei luoghi cioè dove le persone si incontrano, si amano per brevi attimi, dove le regole sociali sono fatte da badge d’albergo, da braccialetti dei villaggi vacanze, dove le donne sono lussuria abbronzata in qualche ponte di nave da crociera, dove i “non-luoghi” della realtà estiva fanno da contrappunto al suo rifiuto del passato.

Diciamo subito che non stiamo sottolineando una certa inclinazione dell’uomo del brasile per la leggerezza, non è questa che andava cercando, quello che bramava era l’alienazione della stasi. Il patto, e qui ritorniamo, fu stipulato tra sussurra e puzza d’alcol. Sergio da Silva sarebbe stato drogato, posto in uno stato comatoso dal nuovo amico, sarebbe stato accudito come un infermo, aveva abbastanza soldi  da permettergli una rendita e da ripagare le sue attenzioni, avrebbe sognato d’inverno per poi risvegliarsi d’estate. Questo avrebbe portato nel tempo ad una degenerazione psico-fisica, non c’è dubbio, nessuno può vivere così ma come abbiamo detto il sogno si mescola sempre alla follia nella vita di Sergio da Silva, dualità di perdizione. Va sottolineato che molti di questi racconti sono frutto di pura invenzione mentre la verità è oltremodo più scabrosa, oscena. Senza dilungarci troppo in speculazioni pruriginose ritroviamo i due turisti nella hall dell’albergo, distanti di pochi passi, separati da una donna.

-Mi dispiace non posso aiutarla, sono turista e straniero anche io. Senza dire altro il commissario si mosse, lasciando la donna delusa a guardarlo di spalle, spalle larghe, mani brune e odore di tabacco.

Intanto vicino alla reception un discorso a mezza bocca viene udito da Francisco Pinto. L’uomo grasso sembra stupito e nervoso mentre parla con l’addetto all’accoglienza, un libro mastro aperto davanti a loro. Non tutto viene chiaramente udito, c’e’ segretezza.

– Davvero?

– si si davvero!

– …..

– mmm

– Mi creda, Sergio non può!

– Le dico che si sbaglia

– NO!

– …..

– Si fidi, quell’uomo e’ un orrore (uno scambio di sguardi nervosi), non può stare qui!

– ……

– non mi interessa chi fosse prima, è vergognoso.

– che schifo…

Occhi indiscreti li fissano, molti astanti sembrano non badare ai loro affari, c’e’ molta curiosità e poca discrezione. Tutto ciò che riguarda Sergio sembra suscitare interesse. Francisco Pinto si schiarisce la gola, l’uomo grasso sussulta, si asciuga la fronte con un fazzoletto e si allontana velocemente. La direzione è in imbarazzo ma mantiene la posizione e la decenza.

– Una stanza per due, Da Silva, abbiamo prenotato.

– Si certo, firmi qui prego.

– – –

Pausa di qualche giorno, niente sembra cambiare, Roma è sempre splendida e volgare, il caldo non intende dar tregua. Una stanza d’albergo, Sergio seduto alla finestra, nudo, fuma una sigaretta mentre la donna incontrata alla reception ricorda un serpente tra le lenzuola bianche. Hanno fatto sesso quel pomeriggio, era inevitabile, sesso rubato perché’ la donna ha un compagno, anche se veste un terribile vestito di lino bianco con panama annesso ed e’ grasso, rimane pur sempre un compagno sudato.

Quella scena non sarà solo un caso e verrà ripetuta varie volte nei prossimi giorni, sempre nella segretezza del tradimento. Sergio cerca solo del sesso, gli piacciono le sue gambe, Marta Torelli invece si eccita all’idea del tradimento. Nessuno tradisce solo per sesso, si tradisce perché è anche peccato. Lei ovviamente non lo sa e si perde nelle mani di un uomo di Samba. Come e’ accaduto spesso negli ultimi anni l’ex commissario Sergio da Silva involontariamente si ritroverà coinvolto in un caso di omicidio da risolvere solo che questa volta l’accusato sarà lui!

– Signor da Silva, sinceramente, siamo dalla sua parte ma deve darci una mano

– a farmi sbattere in galera?

– si rende conto che lei è l’unico qui ad avere un movente?

– ah sì? E quale sarebbe?

Il maresciallo dei carabinieri sembra a disagio ma nello stesso tempo incalza

– Marta Torelli tradiva il compagno, non è un segreto, qui in albergo lo sanno tutti, vi hanno visto varie volte

– non che mantenessimo troppo il segreto maresciallo Sciatelli vero?!

– No infatti, potevate anche essere più discreti, se proprio vogliamo metterla su questo piano.

– e il movente sarebbe?

– Giorgio Gralli è, era un uomo potente, molto potente…

– il grassone…

– Giorgio Gralli era un imprenditore, uomo molto influente in politica

– ecco, vede, è lei che ha già stipulato la sentenza

– no, per carità, quello che voglio dirle è che magari lei si è sentito minacciato, quell’uomo era viola dalla gelosia, molti possono confermarlo, in più le storie che girano su di lei…

– quali storie?

– niente dicerie, beh magari il Gralli l’ha ricattata, in qualche modo.

– no, non mi ha ricattato, l’ha detto lei, era un uomo molto potente, un debole quindi…

Il maresciallo Sciatelli lascia sospesa questa stilettata, prende una pausa mentre Sergio finisce di bere un drink seduto al bancone del bar del Grand Hotel.

– Maresciallo cosa sapete?

– Molti residenti hanno sentito Giorgio Gralli parlare di voi appena siete arrivati, in toni molto negativi

– quindi?

– Vi conoscevate prima?

– No, come le ho detto eravamo appena arrivati

– ma poi la sua storia di sesso con Marta..

– cosa sta insinuando? che l’avrei ucciso io per cosa? Quella donna era già mia e non erano sposati, mi dica subito se ha delle prove, se devo seguirla in commissariato o se posso essere lasciato in pace.

– No non c’è nessun caso di imputazione nei suoi riguardi…

– Buona giornata maresciallo Sciatelli

– Buona giornata signor Da Silva.

All’uscita dell’albergo due uomini si stanno allontanando, il giornalista accende una sigaretta all’ex commissario, entrambi si schermano la fronte con la mano, la luce di quella giornata estiva romana è tagliente.

– Ho sentito dire che l’imprenditore sia stato ritrovato sgozzato nella sua vasca da bagno, nudo come un maiale in un mare di sangue.

– Tu cosa ne pensi Francisco, amico mio?

– Cosa ne penso? Penso che ti è andata bene, ti stavano addosso

– Si, hai ragione. Sergio sorride mentre uno sbuffo di fumo di sigaretta si alza in volo.

– E poi sai cosa? Credo che questo sarebbe stato proprio un “caso romano per Sergio Da Silva”. Il giovane giornalista scoppia a ridere mentre si incamminano nelle strade deserte della città.

– Si forse, ma questa volta non mi interessa Francisco, questa volta no. Sergio Da Silva intona una samba canticchiando sotto voce e tenendo il ritmo con una scatola di fiammiferi.

“ questa volta non mi interessa caro amico perché sei tu l’assassino, hai ucciso per proteggermi, te lo leggo negli occhi, siamo troppo vicini per celare un segreto. Perché l’hai fatto non lo so, forse un fraintendimento, mi sei troppo caro, pazzo, pazzo che sei stato”

– Beviamo qualcosa Sergio?

– Si fa caldissimo, andiamo lì Francisco, sembra un posto riparato.

Cosa abbia spinto il giovane giornalista al truce omicidio in realtà Sergio Da Silva l’aveva capito, abitudine a proteggerlo, piccole incomprensioni. Torniamo al primo dialogo, quello della reception.

– Mi chiamo Giorgio Gralli, ho una prenotazione per due, Marta Torelli

– Mi dispiace l’ultima doppia è stata appena assegnata.

– Davvero?

– si si davvero!

– Come è possibile!!! Ho prenotato giorni fa.

– Anche il Signor Da Silva, il commissario ha espressamente chiesto quella camera

– anche io Cristo Santo!

– mmm

– Mi creda, Sergio non può! È mia quella stanza!

– Le dico che si sbaglia

– NO!

– non si agiti, magari c’è qualche problema con la sua prenotazione…

– Si fidi, quell’uomo e’ IN Errore (uno scambio di sguardi nervosi), non può stare qui!

– ma il commissario….

– non mi interessa chi fosse prima, è vergognoso.

– che schifo…

Un errore, una parola mal intesa, un gioco di parole, l’indole a sentirsi sempre braccati, ecco cosa era successo. Sergio Da Silva magari era in errore nella sua prenotazione, ma il suo stile di vita non un era un orrore come forse molti andavano pensando.

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