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Il fratello del pòpe: con la verza che cresceva in terrazza

28 settembre 2016

allenandthurberpepperbox

di Gaetano Veninata

“Prova in piazza PortMorabella, dietro il Bereshenko. C’è una piccola bottega, la gestisce il creolo Burtone. Sua madre, dicono, era di Montalto Dora”.

Così mi disse il furbo Pietro, e io lo ascoltai diffidente stropicciandomi l’abito con le mani sudate. Sicuramente, ne ero certo, si trattava di un imbroglio. Ma non avevo nessuna alternativa (nessuna), e così mi diressi verso la bottega del creolo Burtone, sperando in fondo al cuore che la verza fosse lì.

La verza, che ieri era insieme a quel che restava del nostro amore, mentre sorseggiavamo pisco sour in terrazza (sogno di verza)

La porta-finestra della bottega era chiusa, una tendina unta impediva la vista dell’interno. La strada, come sempre a quell’ora, a Maldonian, era deserta. Eccezion fatta per me, scheletro in sandali, e due esemplari di echidne randagie che razzolavano tra i rifiuti. Io non sono mio fratello, non ce la farò da solo. Non in questa città, schifosa città automatizzata.

Ma poi è davvero così? Davvero il mio desiderio era quello di avere ancora – per l’ultima volta, seeeeee – verza? E perché no? Non cresceva spontanea tra le pieghe di cemento della città automatizzata? Non era, solo per questo motivo, MIA? La verza, come nella Germania nazista, ortaggio di Pandora. Eppure era impossibile farne a meno: se anche tornando a casa l’avessi ritrovata lì, rigogliosa in terrazza, non sarebbe mai bastata. Se anche i droni – che facevano il loro burocratico dovere, liquidando ogni forma verde a Maldonian – avessero detto ‘basta, prendiamo le nostre drone e andiamo a caccia di sognatori lungo il fiume’ – comunque la verza naturale non sarebbe mai bastata.

L’ultimo che aveva provato a fare a meno di verza era stato il buon Murim. Dopo due settimane di astinenza aveva esagerato un po’. Lo avevano seppellito con le ginocchia piegate, gli occhi rivoltati. Mio fratello aveva fatto una buona orazione, in quel caso (“Qui giace il bello, verde e luminoso”, o qualcosa del genere, indicando il suo cuore trasformato in verza).

Verza, ortaggio di Pandora, dicevamo. Oh, quante cazzate, fratello, dacci oggi la nostra verza quotidiana e bon, facciamola finita lì. Sentivo scricchiolare il pavimento similgomma del negozietto del creolo. Strinsi forte il calcio della mia Wheellock a ruota e dissi ‘Burtone, sono io, il fratello del pòpe. Mi serve’. Non rispose nessuno. Con un calcio allontanai un’echidna curiosa e forzai la porta-finestra.

Era riverso sul pavimento, bava verdognola alla bocca. Murim2, bravo coglione. Ma ero il fratello del pòpe e non potevo lasciarlo lì, per terra. Lo feci sedere sulla sua seggiola da fruttivendolo e dissi una brevissima preghiera.Poi gli controllai le tasche e trovai due talleri di carta, con la faccia rubiconda di Bereshenko, e un paio di corone 3d, con in rilievo le tette di Kimber04. Pensai: non mi frega un cazzo dei tuoi soldi, creolo, voglio lei.

E lei era lì, che tramontava dietro un armadietto alle spalle del cadavere, una grossa verza fluorescente, sol dell’avvenire maldoniano. La presi, baciai in fronte il cadavere di Burtone, vecchio affidabile Burtone come-farà-la-città-senza-di-te?, e volai, volai, volai verso casa, con la pistola traballante nel taschino della tunica e i miei sandali da fratello del pòpe.

Lì, sulla terrazza, giocando a freccette con la luna maldoniana. Lì mi abbandonerò, lì ti ritroverò (sogno di verza 2)

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3 commenti

  1. .


  2. […] Il fratello del pope: con la verza che cresceva in terrazza (leggi) […]


  3. […] Rubabum embrionale di società metastatizzante « Il fratello del pòpe: con la verza che cresceva in terrazza […]



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