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Sogno pescarese (di Valerio Pierantozzi)

11 marzo 2013
Il processo (di Orson Welles, 1962)

Il processo (di Orson Welles, 1962)

Ero di fronte a una specie di processo/sinedrio cardinalesco. Di fronte a me c’erano dei giudici che erano anche cardinali che mi accusavano di un’accusa strana e assurda, tipo blasfemia o qualcosa di simile. Gaetano era con me, ma come appoggio, non era coinvolto nel processo. In passato avevo già subito due processi per lo stesso “reato”, il primo finito con una condanna, il secondo con un’assoluzione. Però io sostenevo che anche nel primo processo, quello dove ero colpevole, in pratica ero stato condannato per un errore, perché i giudici avevano creduto a delle testimonianze false, una cosa del genere. Insomma, era un complotto contro di me.

Il cardinale/giudice capo mi chiama a difendermi e io affermo che non ho mai detto o fatto quelle cose, che sono accuse infondate, che è già la terza volta che vengo processato per lo stesso reato e che la volta prima ero stato assolto, che ero assolutamente innocente. La mia difesa era fondamentale perché, essendo già stato condannato in passato a una pena leggere, un’altra condanna mi avrebbe portato questa volta in galera per davvero. Insomma, alla fine l’udienza finisce e io me ne vado, comunque con l’impressione che i giudici sembrino credermi. Tuttavia bisognerà aspettare la sentenza. Torniamo quindi in redazione, che è come se fossimo ancora al master. In realtà l’aula e la disposizione dei banchi è la stessa che aveva la mia classe in seconda liceo. Ma vabbè…

Insomma, stiamo lì e io voglio controllare un sospetto che ho, che mi ronza da un po’ nella testa… Approfitto del fatto che siamo in pochi in aula, e mando Gaetano sulla porta in posizione tattica a controllare che non arrivi nessuno (un po’ come si faceva a scuola per vedere quando arrivava il prof). Mi metto nella postazione di Lei, proprio al suo computer. Apro la sua casella Gmail (ché tanto sono sicuro che abbia la password salvata nel pc, e infatti così è), e vado a controllare la cartella “posta inviata”.

E lì trovo la conferma di quello che sospettavo: Lei aveva inviato una mail a un quotidiano il giorno prima in cui mi infamava dicendo che avevo detto e sostenuto cose che assolutamente non avevo mai fatto. Ora è tutto chiaro: è Lei l’Infame. In quel momento torna. Io mi alzo di scatto ma non riesco a chiudere la finestra del browser che quindi rimane fissata sulla pagina della “posta inviata” della sua mail. Mi allontano, pensando a come fare per non farmi sgamare….

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